28 aprile 2006

Discussioni a sinistra

A quanto pare anche in Italia sono arrivate le discussioni sul manifesto di Euston. (grazie Mastroviti)
Qualunque sia il motivo ben vengano le discussioni a sinistra, perchè sono ormai anni, almeno dagli anni settanta, (quando, per esempio, alcuni “marxisti” della domenica si entusiasmarono per Carl Schmitt) che la sinistra italiana è assolutamente carente sul piano della riflessione e dei contenuti.
Appiattita da un lato su un pensiero cattomarxista – non senza spruzzi di veteropositivismo – , per esempio estremo alcune riflessioni delle BR sul “cuore dello stato” e dall'altro su una becera ideologia non tanto anticapitalista quanto antiamericana (e parzialmente antisovietica).
Incapace, comunque, di una riflessione globale, marxiana in uno degli autentici significati del termine: una riflessione capace di assumere e di prendere in analisi tutti gli aspetti dell'umana esistenza. Non solo l'aspetto economico quindi, che è una delle critiche fatte al manifesto di Euston, ma anche l'aspetto sociale, affettivo, esistenziale dell'individuo. Se Marx pensava una “liberazione dell'uomo” gli aspetti più eclatanti e rumorosi della nostra sinistra (?) sembrano essere quelli che negano tale liberazione a chi non è nato sotto il cielo occidentale. E oppongono a un filone di pensiero che si nutre di Martin Luther King come della scuola di Francoforte la frequentazione e l'appoggio al sedicente Campo Antimperialista che vede una massiccia presenza di neofascisti e neonazisti – non senza punte esoterico/magiche. Sarebbe davvero divertente se non fosse ridicolo e agghiacciante.
Ben venga quindi un dibattito a sinistra, sulle ragioni, sulle fonti, sui compiti della sinistra, ma – per cortesia – lasciamone fuori i luddisti inconsapevoli e i recenti convertiti all'opposizione telematica fulminati sulla via di Damasco dopo una giovinezza politicamente totalitaria ed esistenzialmente anaffettiva.

con un po' di ritardo

ho firmato il manifesto di euston anch'io.

E qui c'è la traduzione in italiano

26 aprile 2006

Blog (parte quarta)

La foto è del geniale Hugh di gapingvoid
Riprendiamo le fila del discorso, questa volta affrontando non il tema “blog e identità”, ma “blog ed ego”. Lo affrontiamo a partire da Nietzsche, in particolare da una delle esortazioni che vengono da La gaia scienza. In questo testo il filosofo tedesco esorta a occuparsi dei casi eccezionali e non della scienza “quantitativa”. A occuparsi del diverso – se volete – e non del quotidiano. A partire da questa considerazione nicciana voglio ragionare su una questione che fa – o dovrebbe fare – problema. Quando un blog smette di essere un diario, o una interpretazione della realtà, o una finestra sul mondo per diventare il _luogo del delirio dell’io­_? E’ il blog, per qualche qualità intrinseca, un mezzo di amplificazione di quell’io “che non è più padrone in casa propria”, come diceva Freud? Esplorare i rapporti tra blog e ego non è ricerca di poco conto; il blog pare essere maschera più volte. La prima maschera è la “persona” (che in latino appunto significa maschera), poi abbiamo la maschera del blog, e questa è sempre presente, anche in coloro che non si costruiscono un’identità virtuale molto diversa da quella che percepiscono di se stessi. Chi poi costruisce un’identità apposita per il blog sovrappone alle altre un’altra maschera (o persona). Diviene quindi estremamente complicato sbrigliare questi nodi – che spesso non possono essere sbrogliati. Le cose si semplificano un po’ se a tenere il blog è qualcuno che conosciamo personalmente o del quale possiamo ricostruire buona parte della vicenda esistenziale perché persona pubblicamente nota. In questi particolari casi il nostro compito viene – parzialmente – facilitato. Naturalmente il compito diviene ancora meno difficoltoso se prendiamo ad esempio il blog di qualcuno che non sovrappone altre identità alla sua – magari si presenta anche con il suo nome “vero” – e se questo qualcuno è persona che conosciamo anche in altri contesti (non necessariamente fuori dalla rete) e quindi abbiamo la possibilità di aggiungere ai segnali, a volte impercettibili, che troviamo sul blog, altre manifestazioni a margine. Per sgombrare il campo a ogni possibilità di equivoco della lezione nicciana, diciamo quindi che il nostro percorso prende in considerazione – in primo luogo e non solo – i blog che si possono immediatamente ricondurre a una persona fisica. Di questi scartiamo quelli che sono manifestamente – almeno manifestamente – blog-diario personale, e che hanno il dichiarato intento di essere null’altro (senza alcun giudizio di merito) che la pagina dell’autore. Dal punto di vista del nostro modesto filo (rosso, va da sé) sono estremamente importanti quei blog che rimandano a una persona fisica, che si pongono come blog di contro/informazione, che hanno una – ahimé spesso inutilmente pretesa ed elementarmente implementata – visione del mondo che si riconduce direttamente a un’ideologia, o come sovente accade, a qualcosa che nella mente del blogger è vissuto come “ideologia”. Non uso il verbo “vivere” casualmente. Troppo spesso in questi “io” l’ideologia, lungi dall’essere una particolare modalità di interpretazione del reale e della storia, è confusa con la percezione di sé nel mondo. Divengono quindi le esperienze personali – spesso misere e dolorose – la chiave di volta che viene utilizzata a sostegno di un delirio sul reale. Come tutti i delirii, anche questi sono costruiti con quella che pare una logica stringente, percepita come un bisturi che opera una risistemazione della realtà che, almeno nel blog, diviene finalmente la “Realtà”, in un maiuscolo che vuole richiamare il filosofo del razionale. Il blog diviene quindi il luogo per eccellenza dedicato a una ricostruzione/interpretazione degli accadimenti reali, a maggior ragione, per eclatante esempio, quando questa ricostruzione è stata sonoramente bocciata dalla realtà stessa (per esempio il blog di qualche politico trombato in qualche elezione – non l’ultima perché troppo contigua nel tempo).
In questo caso allora il blog diviene il luogo per eccellenza dell’insulto e della diffamazione (non in senso giuridico) di coloro che sono percepiti – inutile dirlo, erroneamente – come competitivi e contendenti allo stesso premio: la pubblica opinione.
Ma torniamo all’io. Come potrebbe sopravvivere l’io, in un contesto che rivelasse l’inanità e l’inutilità del tentativo di riappropriarsi di un reale che l’ha respinto, come potrebbe prendersi cura di sé nel momento in cui comprendesse che il mondo reale l’ha seguito e lo “perseguita” anche nella virtualità? Virtualità nella quale il fallimento viene continuamente reiterato – come tormentata ferita aperta – dalla percezione che gli interventi sul blog non sono altro che ripetizioni di un tentativo di seduzione degli altri che viene continuamente frustrato? Come abbiamo detto nella seconda parte, l’immagine di noi che il mondo riflette va a costruire la nostra identità, segnandola indelebilmente. Questo è vero anche per coloro che tentano – pur mantenendo l’identità reale a stretto “contatto” da quella virtuale – di costruire un’immagine di sé che riscatti quella reale. Insomma, blog o no, un politico trombato resta un politico trombato. Con più di un accento patetico.

24 aprile 2006

25 aprile

Domani è il 25 aprile; non è solo una ricorrenza specialmente in tempi come questi. E, forse, il modo migliore per ricordarci che sono quelli gli ideali che ci devono muovere è ripercorrere la strada esistenziale di qualche protagonista. Enzo Sereni è un giovane socialista docente di filosofia che nel 1926 decide, con la moglie Ada e la figlia neonata, di emigrare e di fondare in Palestina il kibbutz di Givat Brenner.

Ha due fratelli Enzo: il primogenito, Enrico, è uno scienziato legato ai movimenti antifascisti di «Giustizia e Libertà» , l’altro è Emilio, marxista, dirigente del partito comunista clandestino. Enzo durante la guerra decide di lasciare la Palestina per venire a combattere in Italia; paracadutato nel ’44 dietro le linee nemiche viene catturato e verrà trucidato nei lager nazisti.

Mi piace ricordare anche la Brigata Ebraica (nella foto), che liberò parte della Romagna e, tra le altre località, anche la mia città di origine. Dal sito dell’Anpi di Ravenna:

“La “Brigata Ebraica” contribuì a liberare gran parte dell’Emilia Romagna dai nazi-fascisti; in modo particolare fu impegnata in furiosi e sanguinosi combattimenti in terra di Romagna, lungo la zona d’operazione corrispondente allo sfondamento della “Linea Gotica” nella valle del Senio, nei pressi di Imola. In quella battaglia, la “Brigata Ebraica” portò a termine uno dei pochi assalti frontali, a baionetta sguainata, di tutto il fronte italiano. Molti storici sostengono che quella battaglia fu la più sanguinosa di tutta la campagna d’Italia; la “Brigata Ebraica”, composta da soli volontari, con formazione prevalentemente non militare, registrò numerose perdite. A commemorare tutti coloro che diedero la propria vita per liberare questa parte della nostra Patria, è stata posta una lapide presso il cimitero militare di Piangipane. In Piazza Garibaldi a Ravenna una lapide di marmo (posta il 15 maggio 1995 nel 50° anniversario della Resistenza e Liberazione) ricorda gli ebrei assassinati dai nazi-fascisti residenti, rastrellati e catturati nella provincia di Ravenna ed i 45 giovani volontari della Brigata Ebraica caduti nella terra di Romagna per la Libertà.
La “Brigata Ebraica” partecipò alla liberazione delle principali città romagnole: Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola. Nel 1945, nello schieramento delle truppe alleate a sud del fiume Senio, la “Brigata Ebraica” combatté insieme ai gruppi di combattimento “Friuli” e “Cremona”. Al termine delle ostilità belliche, nel maggio del 1945, la “Brigata Ebraica” ricevette l’ordine di trasferirsi a Tarvisio, punto strategico per la fuga dei sopravissuti ebrei europei alla barbarie nazi-fascista. Contemporaneamente, i membri più attivi della brigata furono inviati in tutte le nazioni europee per aiutare le popolazioni ebraiche a ritornare a vivere, in modo particolare furono impegnati nell’opera di assistenza agli orfani ed agli ebrei che scelsero di andare a vivere in Israele.”

No, questa gente qui non ha nulla a che vedere con “resistenti” che mettono bombe negli alberghi, nei supermercati, tra le file dei disoccupati o nei locali per turisti. Non facciamoci ingannare.

21 aprile 2006

De rerum natura

Posso dire che la natura non mi ha mai particolarmente affascinato? Complici questi primi veri giorni di primavera, girellando per blog si trovano veri e propri inni ai fiori, agli alberi, alle api eccetera eccetera. Tutto quello che in questo momento mi porta la primavera sono centinaia (e diventeranno migliaia) porcellini di sant'antonio in giardino e sotto il portico. E puzzano. Tenetevi la natura e ridatemi la Jacuzzi (è in riparazione da un mese!)

18 aprile 2006

di nuovo

l'ottimo Eugenio Mastroviti.

blog (parte terza)

Si può continuare il nostro percorso su blog e identità (prima parte - seconda parte) cercando in prima battuta di comprendere quale sia il gioco identitario che si può svelare, quali siano le "regole" e fino a che punto si può dipanare il groviglio senza a nostra volta "entrare nel gioco". [E' mia opinione che si possa dipanare molto poco senza mettersi in gioco]. Una indagine del tutto empirica sembra rivelare che, a differenza di quanto accade per il resto del web, - che vede una maggiore presenza maschile - per quello che riguarda i blog ci sembra di notare una prevalente presenza femminile.
O, almeno, questo è ciò si nota. Ed è chiaro che l'osservazione a volte dice di più su chi osserva piuttosto che su chi è osservato. E allora diciamo che noto (e leggo) prevalentemente blog femminili, di donne mediamente colte, che vanno dai trenta ai cinquanta anni di età.
Il “mediamente colte” non vi tragga in inganno. Si tratta perlopiù di donne laureate, ma che rivelano all'analisi del loro blog una buona – non ottima – capacità di re-inventarsi inventando una realtà che potrebbe reggere alla prova dei fatti.
Dico “potrebbe reggere” perchè ci sono almeno due variabili difficili da tenere sotto controllo: le variabili tempo e spazio.
Analisi della variabile “tempo”.
Se il vostro blog non è una creatura estemporanea, ma lo seguite e lo aggiornate con costanza nell'arco di qualche anno, è assolutamente inevitabile lasciare indizi più che sufficienti a far risalire non solo al vostro nome e al vostro lavoro; non solo, offrirete anche la possibilità di ricostruire con sufficiente approssimazione la vostra vita “reale”, compresi eventuali figli, ex mariti, amanti estemporanei, fidanzati in fuga. In gergo “usenettiano” questa particolare operazione di ricerca si chiama "stalkerare". Stalkerare qualcuno significa cercare attraverso il web, sui forum, sui gruppi di discussione notizie, post, informazioni su qualcuno. E negli anni di informazioni sulla rete se ne lasciano moltissime, oserei dire che si lasciano quasi tutte le informazioni più importanti della propria vita. Dalle foto della mamma a quelle del raduno con gli amici bloggaroli, fino al matrimonio della cugina che ha messo l'album su yahoo photo o qualcosa del genere.
Insomma il tempo mina la “prima” identità del blogger, quella reale. Quella che è ritenuta l'identità “vera” a discapito di quelle virtualmente costruite in un'opera di social engineering al contrario: quanto sia vera questa identità “reale” è qualcosa da stabilire, anche attraverso l'analisi di quella “virtuale”.
D'altro canto il tempo fa crescere la profondità dei rapporti con le persone conosciute via rete e, a meno di essere stati sinceri fin dall'inizio, riesce sempre più difficile riuscire a scrivere un blog che sia allo stesso tempo coerente con le informazioni che hanno (o che possono trovare) coloro che ci seguono via rete e non susciti incomprensioni con coloro che sono divenuti una frequentazione reale (1).
Qui entra in gioco la seconda variabile: lo spazio. Lo spazio che le costruzioni virtuali e le persone che grazie ad esse interagiscono con noi.
(1) vedremo qualche esempio più avanti

11 aprile 2006

A mente fredda

A mente fredda abbiamo vinto. Per quale capriccio o caso del destino non saprei.
Ma siamo al governo, da oggi non ci vergognamo più. Niente più nani e ballerine, niente facce da borghezio o calderoli, niente er pecora o larussa.
Non mi spaventa nemmeno l'"instabilità", con l'instabilità la DC ha governato per cinquant'anni. Noi possiamo farcela per cinque, o per tre.

E se il 49% degli italiani ha la faccia come il culo non è un problema nostro. Non più, non ancora.

09 aprile 2006

sul voto, ma non solo

Stamattina come molti, ho votato. Ulivo e Ds, tanto per essere chiari. Per qualche giorno sono stata tentata da Ds e RnP, ma poi la ragione ha ripreso il controllo e la tentazione è svanita.
Mentre andavo al seggio - che sta alla bellezza di sedici chilometri da casa mia, precisazione che è utile per calcolare i tempi di ciò che vado raccontando in questo post - ragionavo con mio fratello intorno ai possibili scenari post elettorali, non senza una vaga inquietudine che in entrambi, con l'avanzare delle ore si sta trasformando in una vera e propria ansia, per non dire paura. Nel frattempo, il terzo occupante dell'auto dormiva, nell'inconsapevolezza della gioventù - per non dire infanzia - e della minore età.
Mattinata splendida per girare per colli bolognesi, incantati dalla primavera, quando squilla il cellulare. E' C., carissima, sororale amica, madre da tre giorni. Mi chiama per dirmi che l'ho convinta, andrà a votare, e voterà per Diliberto. Sulle prime penso a uno scherzo, ma insiste e mi spiega le tante, le mille ragioni della scelta.
La telefonata comincia così, tra le prime notizie della neonata, le battute sulla maternità e i commenti sugli ultimi giorni di campagna elettorale.
Poi devo rendermi consapevole che davvero la sua intenzione è reale e la sua decisione già presa. I toni si accendono, seppur mitigati dall'affetto. Le chiedo davvero se ha intenzione di regalare il suo voto a un partito che sta appoggiando tutti i regimi dittatoriali che incontra, da Cuba che incarcera gli omossesuali al Libano degli Hezbollah. Se ha intenzione davvero di votare per l'unico partito della sinistra che - caso strano! - ha sempre ospitalità sulle reti di Berlusconi. Un partito di rivoluzionari da salotto non senza l'appoggio interno ed esterno di accademici da concorso. Pare di si, la sua intenzione è questa. A metà strada vacilla, le mie argomentazione forse fanno breccia, ma solo per affetto. A un certo punto mi chiede se davvero per me è così importante, e il tono si fa professionale, da psichiatra qual è. Prendo tempo per rispondere, devo trovare le parole adatte. E non senza esitazioni le dico che in questo momento mi riesce impossibile separare il privato dal politico, le dico che mi sarebbe davvero difficile essere vicino a qualcuno che fa una scelta che trovo indegna di essere definita "politica". Che la polis comincia anche da queste cose, dalla possibilità di condividere con le persone che senti più vicine non scopi o orizzonti, ma "senso" e "intuito" del vivere civile. La scelta di votare Diliberto aprirebbe tra noi una ferita, che poi guarisce, ma che lascia la cicatrice. Mi dice che ci penserà e mi saluta. Oggi pomeriggio mi arriva un sms, un disegno. Una rosa nel pugno. E l'ansia un po' decresce.

07 aprile 2006

Mira e Arturo


Di regola ci si divide tra amanti dei cani e patiti dei gatti.
A casa mia il problema è svegliarli. Luna (l'altro cane) e Paolino (l'altro gatto) non hanno voluto essere fotografati in un momento così intimo.
Ci sono altri quattro gatti, ma non contano.
Urge invece un terzo cane.

06 aprile 2006

Mira



Mira è il nome del cane, non "guarda" in spagnolo

I Lumi ci accompagnano

E dopo Candide, salutiamo l'arrivo di Pangloss.

31 marzo 2006

Rosalucsemburg o dell'invidia

Ecco di scrivere divertissement come questo sono totalmente incapace.
E mi rodo.

Rassegnatevi

Se continua in questo modo le segnalazioni ai post di Eugenio Mastroviti in questo blog non mancheranno mai. Multiculturalismo uno e multiculturalismo due.
Tanto di cappello.

30 marzo 2006

Qualcosa non funziona

Oggi mi chiama Rusconi (la casa editrice, non la persona fisica) per chiedermi di scrivere una prefazione al Teeteto di Platone; qualche ora dopo vengo informata che l'istituto Sant'Anna di Pisa mi invita a un seminario sulla scienza nell'antichità.
Molto lusingata accetto entrambe le proposte.
Sono almeno cinque anni che cerco di occuparmi di filosofia contemporanea. Che sia il caso di mettere in piedi una giornata di studi sulla comunicazione filosofica?

25 marzo 2006

Diario

Alcuni amici mi hanno rimproverato perché non assolvo alla principale funzione che dovrebbe avere un blog: quella di dare conto della giornata del suo referente.
Sono un po' in imbarazzo, quando giro per blog altrui mi rendo conto che molta gente ha una vita decisamente più interessante della mia. Se però vi interessa sapere, per esempio, (ma perché?) cosa ho fatto oggi me la cavo in fretta.
Ho finito di leggere il libro di Julia Kristeva su Hannah Arendt e ho scritto quasi mezza cartella del mio libro sul mito. (e questa per chi mi conosce è davvero una notizia).
Tutto qui.
ps. La stesura della mezza cartella ha ovviamente comportato un netto rialzo del consumo quotidiano di nicotina; a questo proposito ho un appello: fino a diciotto mesi fa compravo le Marlboro medium su internet, su un sito ucraino che le vendeva a dieci (10!) euro la stecca. L'ho fatto per qualche anno senza problemi poi improvvisamente mi hanno comunicato che non spedivano più in italia. Qualcuno dei miei (pochi, ahimé, ma fumatori!) lettori ha notizia di un qualche sito web che possa sostituire quello perduto?

21 marzo 2006

Morale

Da: Hannah Arendt Responsabilità e giudizio, pp. 83-84 :

"La morale concerne l'individuo nella sua singolarità. Il criterio del giusto e dell'ingiusto, la risposta alla domanda "cosa devo fare?" non dipende in sostanza dagli usi e costumi che io mi trovo a condividere con chi mi vive accanto, né da un comando di origine divina o umana - dipende solo da ciò che io decido di fare guardando a me stesso. In altre parole, io non posso fare certe cose, poiché facendole so che non potrei più vivere con me stesso. Questo vivere-con-se-stessi è qualcosa di più della coscienza o dell'autocoscienza che sempre mi accompagna nel fare certe cose e nel dire che le sto facendo. Essere con se stessi e giudicare se stessi è qualcosa che concerne il pensiero, e ogni processo di pensiero è un'attività in cui io parlo con me stesso di tutto quanto accade e mi riguarda. Il modo di esistere tipico di questo dialogo silenzioso tra me e me lo chiamerà adesso solitudine. Ciò significa che la solitudine è qualcosa di diverso dal semplice stare da soli, e soprattutto è qualcosa di diverso dall'isolamento."
Perché questa citazione? Perché tra qualche tempo dovrò fare un intervento sulla morale e mi piacerebbe cominciare con questa frase della Arendt.

Grazie Eugenio

Come muore un italiano?

17 marzo 2006

La luminosa fine di una giornata uggiosa

Non è nato sotto una buona stella questo venerdì 17 marzo. Alle 03.00 am stavo sudando sulla teoria delle catastrofi di Thom per finire di preparare le lezioni di filosofia contemporanea di oggi; poi non ne ho parlato perchè proprio quando volevo introdurre l'argomento siamo a dibattere (io e gli studenti) di identità, postmoderno e quant'altro (incluso Nietzsche e Bonhofer). Così, mentre tornavo in moto verso casa - una suzuki 600 rosso fuoco è un balsamo per l'anima - riflettevo che potevo dormire almeno un'ora in più. In più, proprio quando imbocco un rettilineo di cinque chilometri senza autovelox comincia a piovere e mi gioco anche lo slego con la moto. Guido come se l'asfalto fosse piastrellato di uova con l'aviaria e l'incazzatura sale. Ho fatto lezione dalle 9 alle 14, dopo aver dormito quattro ore e nell'unico momento della giornata in cui posso slegare l'anima e lanciare la moto mi tocca arrancare ai cinquanta all'ora. Il comando a distanza del cancello non funziona, bestemmio, mi fermo, metto il cavalletto laterale e rischio di crollare a terra per il ghiaino che Istrati non ha rastrellato; il Pil della Romania è sceso di almeno un mezzo punto percentuale dopo le mie fervide riflessioni sul QI dei suoi abitanti. Facciamola breve: una giornata da dimenticare - tranne che per le ore di lezione.Accendo il monitor - il pc è sempre acceso e connesso -, lancio icq. E mi arriva dritto un insulto che cambia il colore della mia giornata. Dal chaos si passa al cosmos, epperò l'ebbrezza di Dioniso pervade l'aria accompagnato dalla cristallina purezza di Apollo. Il mondo riacquista un senso armonico di sfrenata allegria.
Signori: Candide

15 marzo 2006

Felicità

La cosa che mi ha più colpito del dibattito di ieri sera è stata la chiusura di Prodi con il richiamo alla felicità. Inaspettato e sincero. Per un momento si è aperto uno squarcio di luce che ha illuminato la polvere e le ragnatele. Bene ha fatto il professore, dopo le cifre, le proposte, le accuse e le difese a ricordare che quello che chiediamo alla vita, alla politica, all'amore, agli altri e a noi stessi è questo: la felicità.

11 marzo 2006

Leo Strauss

Ero al primo anno di università quando ho sentito il nome, fino a quel momento sconosciuto, di Leo Strauss; era uno degli autori in programma per l'esame di filosofia morale, e tra gli altri ho scelto lui proprio perché non l'avevo mai sentito nominare. Quell'esame l'ho poi biennalizzato, Nicola Matteucci - allora ordinario di filosofia morale - era una tappa imprescindibile del corso di laurea in filosofia. [Erano due gli esami che era necessario sostenere ai nostri occhi un po' blasé di studenti di filosofia dei tardi anni '80 - filosofia morale con Matteucci e filosofia teoretica con Enzo Melandri].
Torniamo a Leo Strauss. Per quell'esame c'era in programma alcuni suoi testi, Natural Right and History (in inglese) Liberalismo antico e moderno e, per chi volesse strafare anche La tirannide.
Armata dell'entusiasmo del primo anno me li sciroppai tutti e tre. Non posso dire che mi entusiasmi Leo Strauss, ma senza alcun dubbio è uno dei pensatori etico/politici del Novecento dai quali non si può prescindere. E' un conservatore Strauss, e per di più anche reazionario, ma giocare il liberalismo antico per mostrare i guasti di quello moderno resta un'idea fortunata per la comprensione di molti schemi di comportamento filosofico (e politico). In Diritto naturale e storia Strauss recupera la nozione di diritto naturale usandola contro le teorie politiche contemporanee: attacca lo storicismo in primo luogo, e il convenzionalismo. E propone un ritorno alla ricerca della verità al di là della mutevolezza che richiama Platone - in prima istanza - ma anche Nietzsche. Negli anni immediatamente seguenti la seconda guerra mondiale, quando la filosofia vive una delle sue crisi più profonde ( e lo si vede anche attraverso l'opera di Karl Jaspers) Strauss propone un ritorno alla filosofia classica. Non è il solo, anche Hannah Arendt, in modi e con propositi diversi, "torna" ad Aristotele. E con Platone Strauss, anche davanti a una democrazia che ha eletto Hitler, chiede un "governo dei migliori", e pensa che la filosofia debba educare anche la classe dirigente. Non è un pensiero nuovo, tutt'altro. Non solo Platone e Aristotele dicono e pensano la stessa cosa, ma anche i sofisti. Non è certo una rivelazione che tutta la filosofia classica abbia come ideale la paideia. Jaeger ci ha scritto volumi sull'ideale della formazione dell'uomo greco, e l'ha fatto con l'intento che potesse essere utile per superare le crisi del Novecento. E lo stesso intento muove Strauss.
Per questi motivi mi fa un po' impressione che Strauss venga dipinto, in alcuni blog e siti italiani, come uno dei savi di sion. Cioè: prima rido e poi mi preoccupo un po'. Davvero è possibile che un libro, bello come pochi, come Persecution and The Art of Writing, dove si prendono in esame, nei secoli, i rapporti tra intellettuali e potere, nel quali si esamina il linguaggio e il rapporto con la verità, nel quali si considerano filosofi ebrei e islamici nelle loro relazioni con la religione e lo stato, possa essere scambiato per un testo per iniziati settaroli?
E che potremmo dire allora di Platone e Aristotele? Delle loro opere esoteriche ed essoteriche? E i pitagorici che non potevano rivelare ai non iniziati la filosofia dei numeri?
Ma perché la filosofia deve essere una di quelle discipline in cui tutti sono certi di avere qualcosa da dire?

06 marzo 2006

Blog (parte seconda)


Ci siamo lasciati qualche giorno fa con una prima parte che apriva il discorso su "blog e identità", prima di continuare è bene definire i termini: se per "blog" in parte l'abbiamo fatto, per "identità" la questione è aperta e spinosa assai, anzi Spinoza assai.
Il buon Baruch è uno dei miei numi olimpici, una fiaccola nel buio, assieme a Nietzsche (come si evince dal sottotitolo del mio blog), a Machiavelli e a qualcun altro che svelerò se continua la mia avventura di blogger.
Nel frattempo, sia Spinoza che Nietzsche in tema di identità e di ricerca della stessa sono certamente compagni illuminanti, non solo per quel che riguarda la loro produzione filosofica ma anche - e come potrebbe essere diversamente? - anche nelle vicende esistenziali.
Non ho intenzione di annoiarvi con lunghe dissertazioni intorno alla questione “identità”, considerato che è un problema, per molti versi, al centro del dibattito filosofico di questo secolo - e non solo, se diamo retta a Michel Foucault.
Diamo per acquisito, per il momento, che la costruzione identitaria ha a che fare con la definizione di sé e degli altri, con la ricerca di un'ancora del sé che in taluni casi – da non generalizzare – sconfina nella costruzione di un reale in cui sia possibile proiettare il male “fuori da sé”.
In questa accezione la costruzione di una identità che abbia, almeno formalmente, tutti i requisiti per “resistere” al mondo passa attraverso – in primo luogo – a una contrapposizione che permetta all'io di dare confini e limiti ben precisi al male e al dolore. Se questa contrapposizione viene vissuta come appartenente alla “polis”, diviene giocoforza necessario - perché il rischio, quasi una certezza, di perdersi è immensamente alto - proiettare male e dolore su chi viene strutturato come “ancora più inferiore” (perdonatemi l'italiano che grida vendetta).
Immaginate di appartenere a una minoranza che non viene percepita a prima vista come dominante, che so, l'universo femminile. [So bene che le cose non stanno in questi termini, ma qui vogliamo esaminare il punto di vista, la percezione, il vissuto di una identità costruita all'interno di un blog].
Immaginate quindi di appartenere a una minoranza di genere, quello femminile appunto. Immaginate di essere giovani donne nei primissimi anni 80; in un periodo in cui il mondo italico si divideva tra il rampantismo degli yuppies – che pagavano salatissimo in termini esistenziali la loro fulgida (?) immagine di successo – e quel poco di libertarismo rimasto degli anni '70, appena sfiorato per limiti anagrafici. Immaginate di essere quindi giovani donne, magari appartenenti a una minoranza all'interno di una minoranza; che so, donne e gobbe o donne e racchie o donne e nere.
A quel punto non siete più donne e qualcos'altro. Ma siete solo qualcos'altro: siete nere, siete gobbe, siete racchie. E basta. Niente e nessuno vi concederà mai un attimo di tregua, non potete mai dimenticare quella parte che ha preso il posto del tutto. E come una pianta costretta ad assumere le forma che il luogo in cui cresce le concede anche la vostra mente, anche la vostra sensibilità, anche il vostro “io” - quell'ospite in casa propria - assume la forma che il mondo vuole. (2. continua).

03 marzo 2006

Era ora

Era ora che rosalucsemburg sbarcasse nel fantastico e rutilante mondo dei blogger.
Anche perchè mi risparmia il post di oggi, sono a pezzi dopo nove (9) ore di lezione di filosofia antica. E quindi ne approfitto spudoratamente e vi invito a leggere sindrome da consegna stressogena compulsiva. Beh, io nemmeno le ricerche su google faccio.

26 febbraio 2006

Blog (parte prima)

E’ ormai dalla fine degli anni 80 che internet, web, chat, e poi forum, gruppi di discussione e blog si prendono una porzione importante del mio tempo-vita. Così una decina di anni fa ho preso la decisione che – visto che ci “sprecavo” concentrazione ed energie – tanto valeva trasformare il tutto in qualcosa di produttivo. La prima occasione me la diede Pier Aldo Rovatti che decise di dedicare un numero monografico di autaut al mondo di Internet e così venne pubblicato il mio primo intervento, che aveva come oggetto le chat. A seguito di quello mi vennero chiesti un paio di interventi online su alcuni server francesi di controinformazione (oramai temo sepolti dall’oblio). Qualche anno dopo fu la volta dei gruppi di discussione. L'Università La Sapienza di Roma decise di dedicare una giornata di studi a Internet e mi chiese (grazie Marco d'Itri) una relazione sugli ng.
Ma veniamo al titolo del post.
In questo momento - diciamo da un paio d'anni - il mio interesse principale sono i diari online. Mi divertono e mi appassionano. Al punto che varie volte ho tentato di aprirne uno (stavolta mi pare con più successo delle altre); ma restano i blog altrui quelli più intriganti e costruttivi dal punto di vista della riflessione.
Ultimamente sono i blog che ho definito altrove [in un testo che verrà pubblicato credo prima dell'estate] "blog di inform/azione" con un gioco di parole dal sapore - vagamente - ironico/heideggeriano.
I blog di inform/azione (concedetemi una spiegazione ad usum delphini) sono quelli che si presentano in forma "mista" come diari personali e allo stesso tempo come veicolo di informazioni e commenti che non trovano nell’elaborato e maniacale spazio esistenziale del tenutario del blog (1) collocazione.

Mi spiego meglio. L’orizzonte del blog è, per la sua natura di diario che non può essere stravolta del tutto, un orizzonte autoreferenziale. Sul blog si descrive la propria giornata, si commenta un film, si narra la fine di un amore, si pubblicano le foto del gatto e della mamma. A tutto questo si aggiunge la possibilità di parlare con gli amici, di conoscere persone nuove, di elaborare una serie di rapporti che possono anche prendere consistenza nel mondo reale. Per tutti questi motivi – a cui se ne aggiungono altri non meno consistenti ma per i quali vi rimando alla edizione cartacea – quando uscirà – di queste riflessioni (che, vi avviso, saranno molto più “togate”) è del tutto irreale per esempio, pensare di mantenere un’identità virtuale totalmente disgiunta dall’identità reale (2).
Già questo tentativo, destinato inevitabilmente al fallimento, almeno nel corso del tempo – e tenete presente che esiste davvero un’altra percezione dello spazio e del tempo nella realtà digitale (3) – ci palesa un aspetto particolare dei tenutari di questo tipo di blog: una percezione distorta delle possibilità della rete.
La rete sarebbe un “luogo” che per la sua particolare concezione offre la possibilità di inventarsi un ruolo, una personalità, un compito.
E’ vero fino a un certo punto.
Se avete voglia di lasciare un commento al vetriolo (ma anche penalmente perseguibile) sicuramente avete la possibilità di farlo senza grossi rischi di essere scoperti. Un fake, una connessione al volo, un nick mai utilizzato prima e mai più utilizzato dopo. L’equivalente insomma, di suonare un campanello e scappare, se proprio proprio siete un po’ furbi e veloci non vi prenderanno mai.
Ma se cominciate a tenere un blog, ci scrivete con cadenza abbastanza regolare – diciamo un paio di volte alla settimana – e portate avanti questo diario per qualche anno sperando di non essere individuati qualcosa nella vostra mente non funziona.
E questo qualcosa rientra nella patologia, diciamo pure che avete una percezione gravemente alterata della realtà.
E’ come mettersi due volte alla settimana a suonare i campanelli della stessa strada.
Pensare che nessuno vi colga sul fatto o che il vostro passaggio non venga collegato al suono è alquanto irreale.
Di fatto, è la stessa psicologia – consentitemi l’esempio un po’ banale – che anima i serial killer nei film e nei romanzi; a un certo punto l’investigatore se ne esce sempre con la stessa frase: “Vuole attirare l’attenzione, spera che qualcuno lo fermi”.
Il meccanismo del blogger inform/ativo è la stessa. Si pone al centro della sua realtà, cerca di coinvolgere in questo centro il maggior numero di persone possibile e definisce il suo punto di vista sul reale come il “reale punto di vista”.
E si addentra via via in commenti e affermazioni sempre più razionalmente insostenibili, sempre più avviluppate e contorte su una realtà che ormai è certo di essere l’unico (l’unica) a comprendere. La lente del blog ha preso il sopravvento. Ormai non è più uno strumento ironico e duttile per aprire un’altra finestra dell’io e dell’identità, ma è divenuto il luogo di un’(altra) affermazione di sé fallita. Lo specchio del tempo e delle possibilità perdute.
(1. continua).

(1) Il richiamo al bordello è consapevolmente voluto e (probabilmente ci torneremo sopra)
(2) Vedi l’articolo sulle chat in autaut (non so se sia online però)
(3) IT/OT Off Reality in Katastrofè, marzo 2006

24 febbraio 2006

Aviaria

Un tacchino ha tossito in Francia.
Diecimila capi abbattuti.
Il mondo in cui viviamo è questo: la notizia di apertura del TG è la morte di un'anatra in Ucraina.

21 febbraio 2006

Poveri e indifesi davanti al brutale Occidente

"18 febbraio 2006 @ 10:45:47 CET Iniziativa bipartisan del Congresso Usa per opporsi alla vendita di P&O Ports alla compagnia di Dubai. "Va contro la sicurezza nazionale", affermano i congressisti. Ma Bush replica: "Gli Emirati sono alleati. Non ci opporremo". La vendita di P&O Ports sta scatenando una serie di conflitti globali. Il primo è avvenuto tra Dubai e Singapore per l'acquisto del pacchetto azionario del terminalista portuale. Dopo una serie di rilanci, hanno vinto gli Emirati Arabi (DP World) con l'offerta di 5,7 miliardi di euro, ritenuta "eccessiva" da parte degli asiatici di PSA. A questo punto, la strada per DP World sembrava in discesa e manca solo l'approvazione finale dei soci di P&O, prevista per il 2 marzo 2006."

il resto dell'articolo lo trovate su Trasportoeuropa

In breve: P&O Ports gestisce grandi terminal container di porti come quello di New York/New Jersey, Filadelfia, Baltimora, Miami e New Orleans. La società di Dubai DP World è controllata dal Governo degli Emirati Arabi Uniti.
Parliamo di movimenti e cifre di questo tipo:
P&O gestisce negli Usa i seguenti terminal portuali. New York/New Jersey: Port Newark Container Terminal, che movimenta circa 700.000 teu l'anno.
Filadelfia: jont-venture con Delaware River Stevedores per il terminal Tioga Marine.
Baltimora: movimenta 400.000 teu l'anno.
Miami: Port of Miami Terminal Operating, che movimenta oltre 300.000 teu l'anno.
New Orleans: movimenta 265.000 teu l'anno (dato 2004).
Inoltre, in territorio canadese, P&O Ports gestisce il terminal container di Vancouver, che movimenta quasi 350.000 teu l'anno.P&O Ports movimenta in tutto il mondo quasi 14 milioni di teu l'anno.
Qualche tempo fa, su un newsgroup di politica internazionale un idiota, davanti all'affermazione che i petrodollari controllano larga parte dell'economia internazionale si è messo a ridere.
Scusate, ma d'altro canto che ci devono fare con i soldi del petrolio? Giocarci nei casinò della Costa Azzurra?

Una quindicina di anni fa Enzo Scotti (allora ministro democristiano) fece scandalo perchè disse che i soldi della mafia venivano investiti in BOT - che all'epoca davano il 10% di interesse annuo, tanto per gradire. Anche loro che dovevano farci? Comprarci provole affumicate?
Comunque, a furia di comprare BOT la mafia è riuscita a mettere il suo uomo di paglia sulla poltrona della presidenza del consiglio. (si, sto proprio parlando dell'amico, nano e pelato, di Calderoli).

20 febbraio 2006

Avvoltoi

Certi come la morte e la paura, con il protrarsi dei disordini nel mondo arabo anche i bodycounter della sinistra (??) in rete si divertono con il gioco del conta dei morti e dello scaricamento delle responsabilità.
Per prima cosa gioiscono nello spiegare che il mondo arabo, i cui ambasciatori sono gentiluomini educati a Oxford e a Eton, e quindi conoscono bene la cultura occidentale, ha tentato per qualche tempo di ricevere una spiegazione per la pubblicazione delle vignette e che – non essendoci riuscito – si sia poi scatenato in violenze che hanno portato alla morte, ormai, di alcun decine di persone.
A parte l’umana considerazione della gioia di aver ragione davanti a chi viene ucciso – considerazione che lascio fare a voi perché è intimamente legata alle convinzioni etiche e morali di ciascuno, vorrei analizzare questi concetti (??) espressi con tanta virulenza.
Non dubito che gli ambasciatori arabi siano uomini di mondo e di cultura, certamente anche estremamente gradevoli per una donna occidentale evidentemente usa – purtroppo - a un mondo maschile canagliesco e incolto.
Però qualche dubbio io l’avrei, a lodare in modo così smaccato le pedine (in senso marxiano) di un sistema di asservimento capitalistico della maggioranza della popolazione. I rampolli arabi così raffinatamente educati a Oxford hanno raggiunto quella meta sulla spalle di famiglie che da generazioni affamano, opprimono, trucidano il loro popolo e non solo quello.
(mi pare, tra l'altro, di ricordare che anche un parente di Baby Doc abbia frequentato una università statunitense molto famosa, ma si vede che gli sfruttatori sono belli solo in medioriente per certa sinistra (??) italiana in rete.)
Non vedete in tanta lode per gli ambasciatori arabi una sorta di “vorrei ma non posso” di sciampistica memoria? Una coloritura da pettegolezzo femminile ingannato, ahinoi!, dalla vita e dal destino?
Poi, questi ambasciatori così colti e raffinati non riescono a spiegare ai loro governi (dittature, ricordiamo anche questo) che in altri paesi il potere politico non ha alcun controllo sulla stampa.
C’è da chiedersi se tutti i soldi investiti in quella buona educazione occidentale non siano stati irrimediabilmente sprecati; ma come? Questi hanno capito benissimo Matisse, distinguono uno Chanel autentico, sanno come corteggiare una donna (occidentale, che quelle loro le comprano, come accade per gli schiavi in Arabia Saudita) e non riescono a far comprendere un concetto così semplice?
Comunque, ritenendo di non aver ricevuto sufficienti spiegazioni (e la chiusura del giornale) il mondo arabo scende in piazza. Ci si potrebbe chiedere se non abbiano altri motivi per protestare, che so, nella civilissima Libia, cosucce come diritti umani, torture, censura, diritti politici, oppure, meno idealmente, disoccupazione, redistribuzione del reddito, et cetera. No, in Libia si incazzano per l’altra faccia di questa sinistra (??) nutrita di risentimento, anzi di rentissement, si incazzano per la faccia di Calderoli (benvenuti nel club a proposito eh? Pure da questa parte del monitor ci si incazza da dieci anni almeno per la faccia di Calderoli, e non solo per la sua).
Calderoli che, se dovessero prendere piede certe dichiarazioni di non voto, potrebbe essere di nuovo un ministro della Repubblica. Oppure si incazzano, per esempio, in Indonesia, dove, - sia ricordato per inciso - tredici cittadini di altri paesi sono stati condannati a morte e giustiziati nel corso del 2005. E altri due, australiani, sono stati condannati a morte ieri l’altro. E L’Indonesia, che a proposito di condanne a morte di cittadini stranieri non riceve gli ambasciatori di quei cittadini, scende in piazza per protestare contro l’orgoglio offeso da questo Occidente privo di valori (e di condanne a morte). Ma queste cose non fanno parte del bagaglio dell’orientalista da novella 2000, bagaglio ben condito da frequentazioni naziesoteriche, bagaglio che fortunatamente pare perdere consenso nella piccola galassia dei blogger italiani. (Almeno a giudicare dal calo drastico dei commenti, ormai espressione delle solite dieci/quindici persone)

Non ci resta che sperare che la scelta della pensione e del posto fisso, a scapito della joie de vivre e dell’avventura esotica sia stata alla fine pagante, se non altro sul piano del reddito. Anche se quel link a Paypal ci fa temere che nemmeno questo si possa affermare con sicurezza.

19 febbraio 2006

Elemosina telematica

Qualche anno fa a Bologna, in via d'Azeglio, girava un barbone. Ha accompagnato almeno cinque generazioni di studenti e certamente anche altrettante di vecchiette pronte a giurare che tutti i barboni sono in realtà ricchissimi (avari e un po' gretti) che nascondono al mondo la loro vera situazione.
Poi il barbone - non ricordo come si chiamava - mise su un sito web. Confermando agli studenti (che non erano più della mia generazione) che a volte le vecchiette hanno ragione.
Girando per blog mi sono resa conto che il barbone bolognese non era proprio un barbone, perchè non aveva capito che poteva usare il suo sito web per elemosinare proprio come faceva per la strada. Un barbone poco professionale insomma.
Adesso c'è chi usa Paypal sul blog per chiedere l'elemosina, l'equivalente telematico del "checciaimillelire?" del tossico.
C'è solo da sperare che anche in questo caso le vecchiette sbaglino - come spesso accade - e che i vostri soldi vadano davvero a una persona bisognosa (anche di eroina intendo).

15 febbraio 2006

Cagne

Oggi pomeriggio è stato un incubo. Ingannata dal sole e dal tepore pressoché primaverile uno dei miei cani (ne ho due, femmine) ha pensato - credo - che fosse giunta l'estate e, come è solita fare nei pomeriggi canicolari, è salita sulla collina ha preso la rincorsa e si tuffata in piscina.
Sono belli i tuffi di Mira in piscina. Si slancia verso l'alto con le quattro zampe rigide e piomba nell'acqua in un tripudio di schizzi. Questo d'estate; adesso in piscina ci sono quattro dita di ghiaccio e soprattutto manca la "sua" scaletta per risalire.
Mi hanno svegliato le grida di Istrati, che potava in giardino; sono uscita di corsa, scalza, appena in tempo per vedere il muso insanguinato del cane che andava su e giù nell'acqua.
Istrati è rumeno, non egiziano. Ed è un cattolico ortodosso e non un musulmano, altrimenti credo che avrebbe galantemente salvato la mia cagna. Penso che in Egitto siano bravissimi a salvare le cagne. (credo almeno). Da bravo rumeno ortodosso Istrati non ha mosso un dito e a recuperare la cagna in piscina ho dovuto andarci io, e ho anche dovuto aspettare, in piedi, in piscina, con quaranta chilogrammi di cagna in braccio che lui recuperasse la scaletta dal capanno degli attrezzi. Con una dignitosa calma tutta rumena.
Comunque recuperata la cagna siamo passate entrambe all'operazione asciugatura. Ben lungi dal fermarsi sotto al portico Mira appena in salvo è schizzata in sala, davanti al camino, attraversando studio, soggiorno e sala stessa, tappeti compresi e scrollandosi vigorosamente sul kilim della buonanima della nonna.
Adesso sorseggia latte tiepido con un orecchio fasciato e con il gatto che le fa le fusa in grembo e che le lecca il muso, molto preoccupato per la sua salute.
Adesso, in teoria, dovrei preparare la lezione di domani. Ho intenzione di parlare di Laszlo Méro che ha scritto un libro decisamente interessante che si intitola Calcoli morali. Teoria dei giochi, logica e fragilità umana.
E invece vado in giro per blog. E ci trovo analogie divertenti con le mie cagne. Tutte e due perchè l'altra, Luna - evidentemente ingelosita dal clamore intorno alla compagna - è in piena crisi depressiva da paradiso perduto.
Leggo per esempio che come la mia cagna abbocca al tepore primaverile una abbocca ai post su usenet e ci perde dietro tempo e alcol.
In un altro leggo che la depressione incombe perchè a Milano manca il "sapor mediorientale", quello stesso che fa sì che ci senta belle e desiderate anche se ultraquarantenni sovrappeso e senza iacuzzi.
Le mie cagne intanto dormono, ignare di tanto web.