21 marzo 2006

Morale

Da: Hannah Arendt Responsabilità e giudizio, pp. 83-84 :

"La morale concerne l'individuo nella sua singolarità. Il criterio del giusto e dell'ingiusto, la risposta alla domanda "cosa devo fare?" non dipende in sostanza dagli usi e costumi che io mi trovo a condividere con chi mi vive accanto, né da un comando di origine divina o umana - dipende solo da ciò che io decido di fare guardando a me stesso. In altre parole, io non posso fare certe cose, poiché facendole so che non potrei più vivere con me stesso. Questo vivere-con-se-stessi è qualcosa di più della coscienza o dell'autocoscienza che sempre mi accompagna nel fare certe cose e nel dire che le sto facendo. Essere con se stessi e giudicare se stessi è qualcosa che concerne il pensiero, e ogni processo di pensiero è un'attività in cui io parlo con me stesso di tutto quanto accade e mi riguarda. Il modo di esistere tipico di questo dialogo silenzioso tra me e me lo chiamerà adesso solitudine. Ciò significa che la solitudine è qualcosa di diverso dal semplice stare da soli, e soprattutto è qualcosa di diverso dall'isolamento."
Perché questa citazione? Perché tra qualche tempo dovrò fare un intervento sulla morale e mi piacerebbe cominciare con questa frase della Arendt.

2 commenti:

fB ha detto...

> "Questo vivere-con-se-stessi è qualcosa di più della coscienza o dell'autocoscienza che sempre mi accompagna"

Non capisco. Qual è mai la distinzione tra coscienza e autocoscienza[1], e cosa sarebbe questo "vivere-con-se-stessi" distinto da entrambe? Di quello altrui non so parlare, ma il mio io, che pure ha tanti aspetti e tante facce, si presenta piuttosto monolitico.

Forse è per questo che ho problemi di morale: giustizia e ingiustizia so cosa sono, sulla morale vacillo.

[1] Cioè, la distinzione credo di saperla, ma mi pare questione di oggetto, non di soggetto.

ipazia ha detto...

In un commento mica è semplice rispondere, una risposta "manualistica" potrebbe essere questa: nella filosofia antica la coscienza è identificata come voce interiore, legata alla ricerca della verità e alla figura del saggio, fino ad agostino almeno e per certi versi fino a Kant. Con autocoscienza, a partire da Hegel - grosso modo - si intende invece la consapevolezza che gli uomini hanno della propria superiorità nei confronti del mondo sensibile. Resta che il termine autocoscienza di fatto ha senso solo per le filosofie tedesche che in qualche modo si richiamano all'idealismo. Nel novecento - da husserl- coscienza è sempre coscienza di qualcosa. Direi (ma da qui non firmo nulla)che Arendt introduce il terzo termine "vivere-con-se-stessi" in un tentativo di recupero dell'ambito antico per superare le obiezioni contemporanee agli altri due.