27 giugno 2006

Referendum

E adesso che con somma gioia abbiamo archiviato anche il referendum, e con un risultato che non lascia spazio a interpretazioni, speriamo di avere il piacere di NON vedere più a ogni telegiornale le facce e le dichiarazioni deliranti dei deputati dell'opposizione. Calderoli adesso è un semplice deputato tra centinaia. Qualcuno lo spiega anche ai vertici Rai?

25 giugno 2006

Del volontariato o Nietzsche

L'aforisma 627 di Umano, troppo umano sembra quasi essere l'origine del post qui sotto sulle fregole missionarie. Ne serbavo un vago ricordo e sono andata a ripescarlo, mi sembra così adatto che ve lo ripropongo per intero:

"627. Vita e vicende. Se si osserva come certi uomini sanno trarre partito dalle loro vicende - dalle loro insignificanti e banali vicende - al punto che esse si trasformano in un campo che porta frutto tre volte l'anno; mentre altri - e quanti altri! - vengono trascinati dall'onda delle vicissitudini più eccitanti, delle più varie correnti di tempo e di popolo, rimanendo tuttavia sempre leggeri, sempre a galla, come sughero: si è alla fine tentati di suddividere l'umanità un una minoranza ("minimanza") di coloro che sanno fare molto con poco, e in una maggioranza di coloro che sanno fare poco con molto; anzi ci si imbatte in quegli stregoni alla rovescia che, invece di creare il mondo dal nulla, creano un nulla dal mondo."

"creano un nulla dal mondo". Bellissima, non trovate?

Filosofia

E' uscita la terza pubblicazione online dello SWIF (server web italiano di filosofia).
E' un testo di Roberta De Monticelli, La fenomenologia come metodo di ricerca filosofica e la sua attualità.

Dalla presentazione:
"Questo libro è un’introduzione alla fenomenologia, una delle principali correnti filosofiche del ventesimo secolo, e una promettente linea di ricerca del ventunesimo. Ed è su quest’ultimo aspetto della fenomenologia che s’impernia il volume: l’esposizione non è infatti di tipo storico-genealogico, ma di tipo prevalentemente teorico. L’idea è quella di illustrare come il metodo e le tesi principali della fenomenologia possano contribuire ai dibattiti della filosofia contemporanea."

24 giugno 2006

Volontariato e menopausa

Qualche sera fa mi sono lasciata trascinare a una cena di conclusione di un anno scolastico che non ho vissuto. Ho lasciato la scuola senza alcun rimpianto, avevo saputo fin dal principio (2001) che era un'esperienza passeggera; che dovevo fare ma che non era il mio lavoro.

E un po' mi manca quel contatto quotidiano con il mondo al quale non ero abituata. Quando ho cominciato a insegnare in un liceo la cosa ha letteralmente stravolto la mia vita. Prima di quel momento le mie abitudini era abbastanza consolidate e prevedevano la frequentazione di ben poche persone e certamente non tutti i giorni. Fortunatamente le mie giornate sono tornate – quasi – come quelle di allora: studio, scrittura, biblioteca (poco, non riesco a concentrarmi), poche uscite – se si escludono quelle in giardino; insomma il vicino più vicino sta quasi a un chilometro di distanza, e spesso passo giornate intere scambiando qualche parola solo con il postino (se non ha fretta.)

Non amo vedere molta gente e una giornata che preveda l'incontro con più di due persone è immediatamente classificata come “faticosa”. Fanno eccezione solo le lezioni all'università, che peraltro non prevede un orario particolarmente pesante.

Per farla breve, martedì sera mi sono ritrovata a questa cena. I miei ex colleghi sono decisamente divertenti, diciamo che i più antipatici si sono scremati da soli nel corso degli anni e nei momenti conviviali si defilano; ma non è della cena in particolare che voglio parlare, ma della signora che avete già incontrato qualche post fa. E' in partenza, non appena finiti gli esami di stato parte per un posto più o meno come questo, (quello esatto non sono riuscita a ricordarmelo) ormai è il secondo anno; ne parla sempre con entusiasmo, del lavoro che fa da quelli parti – scuola e assistenza per i più piccoli, almeno a quanto ho capito; le luccicano gli occhi quando parla della fame, della miseria, della paura. Si anima, si sente viva, si sente utile – dice lei. Stavolta, a differenza dell'altra, non ho taciuto; sarà che l'argomento mi toccava di più, sarà che il vino a tavola era buono, e mi sono ritrovata ad attaccarla (un po' me ne pento, non si dovrebbe infierire su una quasi cinquantenne in crisi esistenziale e single per sfiga). E così le ho chiesto perché per sentirsi viva deve andare (a spese sue tra l'altro) a vedere le sofferenze degli altri; ho continuato esortandola a interrogarsi sulle motivazioni che le facevano pensare di uscire dalla depressione andando a vedere orfani, mutilati, ammalati; le ho chiesto che volontariato era quello, che nasceva solo dalla considerazione che qui non è niente per nessuno. (ché mica pensava di andare volontaria qualche anno fa).

Insomma che persona è questa, che deve andare di persona a vedere le sofferenze altrui per risollevarsi il morale? E, ovviamente, che tipo di persone sono quelle che plaudono – da casa – a queste iniziative?

Io non riesco nemmeno a vedere dieci minuti di filmati sui campi profughi senza vomitare anche l'anima, e mi trovo a cena con persone che amano sguazzarci dentro.

Se poi qualcuno di voi è nella stessa situazione ecco un link utile.

21 giugno 2006

Professori e politica

Su repubblica di oggi Luca e Francesco Cavalli Sforza ricordano che alla fine degli anni Sessanta un professore di Stanford, William Bradford Shockley, premio Nobel per la fisica, sostenne che la differenza di QI medio tra americani bianchi e neri - intorno ai 15 punti - fosse dovuta a caratteristiche genetiche, e di conseguenza propose di dare un premio di 5000 dollari a ogni donna nera americana che si fosse fatta sterilizzare.
Ora, è evidente che un premio Nobel per la fisica può essere sia razzista, sia ignorante come una capra in questioni di codice genetico.

Pare che però sia evidente per pochi, perché oggi un sacco di gente cita Noam Chomsky a sostegno di tesi politiche altrettanto razziste, senza rendersi conto che anche un eminente linguista può non capire nulla di scienza politica.

20 giugno 2006

Soddisfazioni

Dal sito di Repubblica, uno stralcio:

" Per quanto riguarda la tipologia "A", quella dell'analisi del testo, tra le tracce più probabili figurano il brano "La somarella di Giovannino" di Giovanni Pascoli o "Il fanciullino" di Calvino. C'è chi giura, però, che quest'anno capiterà Svevo ("era quasi sicuro l'anno scorso") o Pirandello. "

l'articolo intero è decisamente gustoso, leggetelo prima che qualcuno rovini il gioco segnalando la farsa.

14 giugno 2006

La via di Hezbollah al socialismo

Primo punto.

Allora, abbiamo un uomo politico che ha un ruolo importante in un centro di cooperazione e sviluppo dei paesi mediterranei. Centro del quale fanno parte anche una serie di ong. Come quelle delle due simone, per intenderci; ora non è una novità per nessuno che intorno alle ong girino un sacco di soldi, sia per gli investimenti che per le persone; chi lavora per una ong prende, meritatamente, un sacco di soldi. Voglio dire, io non ci andrei a lavorare a bagdad o a mogadiscio per quattromila (4000) euro al mese, nemmeno se pagati (come avviene) in italia. Chi lavora in quelle condizioni e a quel rischio imho prende pure troppo poco. Però restano un sacco di soldi, (che escono per lo più, ma non solo, dalle casse dell'UE) e non a caso chi riceve quelle opportunità di lavoro di solito è vicino a qualche gruppo di potere (una delle due simone era stata segretaria di un altro uomo politico, per esempio). Ora, le ong si appoggiano per le strutture, ovviamente, alle imprese del paese da cui provengono, anche per ragioni di stretta
opportunità logistica. Voglio dire, se una ong deve costruire una scuola da qualche parte, se è una ong italiana, mica compra il cemento in spagna eh?

Secondo punto.

Facciamo un passo indietro; negli anni immediatamente successivi allo scioglimento del pci non ci è scannati solo sul simbolo, le sedi, le proprietà del partito, eccetera eccetera, ma anche sulle cooperative. Non è un segreto per nessuno che dalle cooperative venivano versati un sacco di
soldi nelle casse del partito, del tutto giustamente secondo me! In fin dei conti, il pci era il partito di riferimento della maggior parte delle coop, a chi dovevano darli i finanziamenti, ad andreotti? Così, non è un segreto per nessuno che dalle coop venivano "indicazioni" sugli uomini di riferimento, all'interno del pci, più rilevanti per le cooperative stesse. E anche questo non mi pare strano. In fin dei conti, chi paga decide. Resta un fatto però, inevitabile come la morte: le cooperative non possono fare a meno, nel tempo, di integrarsi in un sistema di produzione ben preciso, che diviene il loro contesto di riferimento. In poche parole devono rimanere dentro il mercato, pena il fallimento; e in questo una cooperativa ha delle logiche che non sono diverse da quelle della fiat e di mediaset, per capirci. Ci vogliono fette di mercato, è necessario risparmiare il più possibile sui salari...insomma non è che un sindacalista campi meglio se rappresenta i lavoratori di una coop piuttosto che quelli della fiat. E le cooperative cambiano, si costruiscono sedi prestigiose, cercano i dirigenti sul mercato, aprono banche (che finanziano ong, tra l'altro). E danno i soldi a chi più degli altri si adopera in loro favore. Insomma, si fanno, come fiat, come general motors, come qualunque altra grande impresa di rilevanza nazionale e internazionale, la loro lobby. Niente di male nelle lobby, almeno secondo me, voglio dire, sei in grado di distinguere più facilmente il nemico nel caso. Comunque sia, dopo la disgregazione del pci, le coop devono scegliere a chi affidarsi per il "lato politico", e come tutte le grandi imprese, diversificano il portafoglio: i soldi vanno sempre a sinistra, ma la sinistra si è moltiplicata (e divisa). E i soldi restano gli stessi, a volta calano pure. Quindi comincia la lotta per i finanziamenti prima gestiti dal pci. Adesso, chi tra i politici di sinistra li vuole, se li deve cercare e battersi per averli.

Terzo punto.

Abbiamo un uomo politico che parte da Sassari, dove è responsabile di un centro di sviluppo per l'area mediterranea -e che riceve anche finanziamenti dall'UE e che fa convegni con il Rotary (strana scelta, per un centro di cooperazione lavorare insieme a una lobby opposta, non trovate? Ma pecunia non olet) - , insomma, parte da Sassari e si fa eleggere nella regione che vanta il più alto numero di cooperative per centimetro quadrato. Ci vivo in questa regione, e vi assicuro che ci sono più cooperative che zanzare. E che diventa ministro della giustizia. Se cercate su google "dilibreto + cooperative" trovate la bellezza di 864 (ottocentosessantaquattro) riscontri.
La maggior parte sono progetti di legge e leggi approvate sulle cooperative.
Non mi pare così scontata come occupazione per un ministro della giustizia.

Quarto punto.

Il mercato interno è asfittico, e non solo per le cooperative. L'Ue stanzia fondi per le imprese. Ma le imprese devono lavorare fuori dal paese. Nel nostro caso fuori dall'italia. Che combinazione! C'è un centro di ricerca, che guarda caso vede anche un politico eletto in una regione piena di cooperative che, essendo un centro di ricerca sa tutto sulle condizioni dei paesi del mediterraneo. Una breve interrogazione, un veloce consulto, e, conclusione ovvia, ma non per questo meno lucrosa, ci si focalizza su un paese intero da ricostruire, un paese completamente distrutto, invaso da anni da una potenza straniera, che non ha una casa in piedi, che non ha infrastrutture, che dopo anni di guerra civile e di invasione non ha nemmeno i quadri tecnici, le maestranze, le risorse per rimettersi in piedi. No, non è l'irak, è il libano. Ma in libano comanda la siria. E gli hezbollah. Tocca rimboccarsi le maniche per arrivare prima degli altri, il mercato conosce solo le ragioni di chi comanda, e di chi vince. Non è certo un caso che in italia il dittatore siriano, quella merda di assad, venga così spesso, omaggiato e riverito, ricevuto e benedetto. Tanto importante che repubblica gli dedica veline, dove viene dipinto come un uomo semplice e onesto capitato quasi per caso al vertice di una dittatura tra le più feroci in quell'area, che in fatto di dittature non si fa mancare nulla. i tg (tutti) fanno a gara con ampi servizi, e via discorrendo.

Quinto punto.

Quindi, abbiamo dilibertp che va si fa un bel viaggio. Allaccia rapporti, promette aiuti, e da un segnale ben preciso all'UE (che è quella che mette fuori i finanziamenti), non è che sdogana hezbollah, o almeno non solo. Manda una serie di segnali precisi. Dice all'ue (che paga) che hezbollah è affidabile, che tradotto vuol dire che gli eventuali investimenti non sarebbero in pericolo, dice a hezbollah che arriveranno i soldi, e si accredita come uomo di riferimento in quell'area. Sarebbe interessante sapere chi è andato con lui, chi è stato presentato ai referenti libanesi e siriani, chi ha chiacchierato con chi, nei dopocena in cui gli uomini politici da sempre discretamente si dileguano, come mezzane che hanno esaurito il loro compito. Come fanno, e come sempre hanno fatto, gli andreotti, i bush, i blair. Sarebbe interessante vedere, nei prossimi mesi, chi si aggiudica gli appalti e i finanziamenti dell'UE, quali ong e quali persone partiranno per il libano e la siria, e su quali progetti.

Conclusioni.

Cosa pensiamo di un uomo politico che tratta con una dittatura, che legittima un movimento armato che uccide civili? Se siamo buoni e puri e anche un po' ingenui, pensiamo che lo fa per ragioni politiche, e lo ammiriamo o lo insultiamo a seconda delle nostre convinzioni, per quanto ammirare uno così non è proprio etico, diciamolo. Ma cosa pensiamo di un uomo politico che si muove sotto pressione di interessi economici, che in un paese in guerra vede solo l'occasione di realizzare interessi di grandi imprese, creandosi nel frattempo un bacino di consenso attraverso la distribuzione di soldi pubblici, e di commesse industriali? Che in virtù di questo dimentica attentati, legittima fondamentalismi, si inchina davanti a un movimento teocratico e alle esigenze di una dittatura? No, non sto parlando di bush, non sto parlando delle multinazionali usa, non sto parlando di un sistema di potere che si basa sullo sfruttamento.

Sto parlando del segretario di un partito che si dice comunista. Sto parlando di uno che si presenta come l'erede di una grande tradizione rivoluzionaria e riformista, che ha come scopi la giustizia sociale, l'equità, i diritti dell'uomo, e che calpesta ideali, tradisce aspettative, pugnala
chi ci crede e chi si batte ancora. Sto parlando di chi abbraccia razzisti, di chi sputa, in nome del denaro e del potere, sui morti, anche comunisti (non è che valgano più degli altri) e riesce a farlo accreditandosi pure come difensori dei deboli e degli sfortunati. Si, deboli sui mercati e sfortunati nei bilanci. Ma tranquilli compagni, c'è il libano, con le sue commesse e i suoi problemi. Alla prossima riunione dei consigli di amministrazione sapranno chi ringraziare.

Euston manifesto

Consiglio vivamente la lettura di questo post di Eugenio Mastroviti.

Filosofia e vita

Qualche anno fa - mi pare di ricordare che fosse il 1998 - un gruppo di amici (che incipit a Il grande freddo) prese la solenne decisione di scrivere un manuale di filosofia per le scuole superiori.

Poi la cosa ci prese un po' la mano, l'editore non riuscì a resistere alle nostre pressioni, noi non sapevamo bene in quale ginepraio ci stavamo cacciando; e come accade - a volte - quando non ti rendi conto che le cose sono più grandi di te, ci riesci. Stamattina ho saputo che è uscito l'ultimo volume, in due tomi.

Il manuale per il liceo si è trasformato in un'opera in cinque volumi, con più di seimila pagine, e dentro ci sono parti di alcuni dei più grandi filosofi contemporanei, come Paul Ricoeur per esempio.

Devo però ammettere che stamattina sono riuscita a dire solo una cosa: è finita!

08 giugno 2006

Ernst Cassirer

(Breslavia, 28 luglio del 1874 - Princeton, 13 aprile 1945)
Cassirer nasce in una famiglia di commercianti ebrei, studia a Marburgo con Hermann Cohen e Paul Natorp. Nel 1906 diventa libero docente a Berlino e nel 1919 copre la cattedra all'Università di Amburgo; della stessa università diventa rettore nel 1929, non senza superare molte difficoltà di stampo antisemita. Nel 1933, all'avvento del nazismo, emigra in Inghilterra e insegna per due anni all'All Souls College di Oxford, per poi spostarsi all'Università di Göteborg, in Svezia. Nel 1941 è alla Yale University come visiting professor e ci resta fino al 1944, anno del trasferimento alla Columbia University di New York.
Così, per ricordarlo. Ci ho fatto la tesi di dottorato su Cassirer, per essere precisi sul rapporto mito/logos nella sua opera (e non solo). Ho un rapporto controverso con Cassirer, mi piace la persona, l'uomo e meno il suo pensiero; non sono d'accordo su quasi niente di quel che dice, e continuo a studiarlo.
C'è un aneddoto, ricordato dalla moglie nella biografia, che ai miei occhi è altamente significativo. La moglie ricorda, nell'esilio americano, di averlo visto arrivare in cucina con uno strofinaccio in mano; alla sua domanda sorpresa Cassirer risponde che è per asciugare i piatti, ha visto che gli uomini americani lo fanno.
Ecco, quest'uomo nato nell'Ottocento, uno dei giganti della sua epoca, che riesce a mettere d'accordo Kant ed Einstein. Questo tedesco, bianco e borghese, con tutte le misoginie dell'epoca, della cultura, del sesso, che fa un salto generazionale, culturale, di genere ed entra in cucina (era mai entrato in cucina nella sua casa altoborghese in Germania?) e si mette ad asciugare i piatti. E perché? Perché gli uomini fanno così.
E muore d'infarto aspettando l'autobus.

01 giugno 2006

George Steiner

George Steiner ha bisogno di poche presentazioni; critico della letteratura, studioso del linguaggio, filosofo etico, martedì ha ricevuto a Bologna la laurea honoris causa in Lettere e Filosofia. Purtroppo non sono riuscita ad andarlo a sentire, ma oggi trovate su repubblica la trascrizione della sua lezione magistrale (e se qualcuno me la segnalasse in rete la riproporrei volentieri integralmente qui sopra).
Voglio però riportare qui almeno la conclusione:

"Due convinzioni ha dominato la mia vita intera. La prima: se la barbarie sopraggiunge non c'è nessun luogo, anche quello più caro, che non si possa abbandonare. Quando viene la barbarie, l'importante è partire. Si prende la valigia. Oggi, in Inghilterra, viene proposto nell'unione dei docenti universitari di boicottare Israele non pubblicando le ricerche degli studiosi israeliani, non invitandoli ai convegni. Io sono certo che Oxford e Cambridge rifiuteranno questa idiozia, ne sono assolutamente certo. Ma se per un miracolo di stupidità (esistono, i miracoli di stupidità) questa proposta fosse accettata, credetemi, dopo quarantrè anni nel mio college a Cambridge io partirei. Farei le valigie e direi arrivederci. Rimanere vorrebbe dire essere complice, essere implicato nella barbarie.
La seconda convinzione viene dall'insegnamento di un maestro del Chassidismo, l'imparagonabile Baal Shem: "La verità è sempre in esilio". Meravigliosa parola, immensamente ebraica ma anche universale. "La verità è sempre in esilio"... Appena entrato in porto, Ulisse issò nuovamente le vele per un nuovo viaggio. Povera Penelope. Ma quando io ritorno a Bologna, Alma Mater Studiorum, nobile tra le università, ho la sensazione felice e pericolosa di essere accolto nella mia casa. Grazie di tutto il cuore."

una breve presentazione di George Steiner

30 maggio 2006

Televisione

L'articolo che trovate qui di seguito è stato scritto qualche anno fa - più di qualche anno fa, e lo si può comprendere dai risultati citati di una query su un motore di ricerca; qualche anno fa un'interrogazione che desse centotrenta (130) risultati era da considerare quasi inutile; - ci farò un post prima o poi su questo. Dato a parte, a me pare che le considerazioni di fondo possano ancora essere interessanti. Per gentile concessione dell'editore, che qui ringrazio.
Net-a-vision
Televisione e realtà. Tracce di una realtà che inutilmente cerchiamo nella televisione: Forse perché cerchiamo tracce di qualcosa che non c'è. Un'assenza che lascia tracce, orme, peste che noi seguiamo come si seguivano le orme dell'unicorno - convinti dell'esistenza della realtà perché ne vediamo gli indizi; nella televisione. E di indizi sull'esistenza della realtà la televisione ne sparge copiosamente. Ne sparge in tale quantità da modificare anche la nostra percezione della realtà fuori dalla tele-visione, al punto che se siamo testimoni o attori di un evento che richiama la presenza delle telecamere ne cerchiamo l'immediata conferma televisiva. In primo luogo la televisione è fiction, quindi contrapposizione alla realtà o, meglio, realtà fantastica - non voglio usare l'espressione "virtuale" perché essa richiama altri media - poi la televisione è news, informazione intorno alla realtà. Anche solo limitandoci a questi due ambiti televisivi (anche per la convinzione che tutti gli altri non siano che una contaminatio di uno dei due e spesso di entrambi) abbiamo sempre continui rimandi a qualcosa d'altro: alla realtà appunto. Non offre forse questo la televisione? Continui rimandi alla realtà; attraverso la fiction ci dice: "attenzione questa non è la realtà", attraverso le news l'avvertimento è contrario "attenzione questa è la realtà". L'intento che anima l'attivazione di entrambi gli ambiti è comunque il medesimo, portare noi - che siamo fermi di fronte allo schermo della televisione, ma anche davanti al monitor del computer nel caso del Web - altrove, mostrandoci quella realtà che altrimenti non saremmo in grado di vedere. Non potremmo vedere nel caso della fiction perché appunto "costruita" e non potremmo vedere in caso di realtà "vera", "reale" nel caso dell'informazione per l'impossibilità fisica di raggiungere tutti i luoghi che l'informazione ci porta direttamente a casa. Quante volte gli spot pubblicitari delle trasmissioni giornalistiche, ma anche dei telegiornali veri e propri promettono non solo lo scoop, ma anche l'inedito? (Dai filmati inediti dei campi di sterminio all'operazione di microchirurgia al laser?) Ma siamo certi che sia davvero così? Che lo sguardo della televisione sia uno sguardo che migliora e amplifica il nostro? Una sorta di upgrade della versione naturale e organica? Oppure dobbiamo ampliare la nostra visione al di là della tele-visione per cercare di disegnare e di capire una sorta di triplice rapporto che vede noi (il nostro sguardo), la televisione e la riflessione sulla televisione in un triangolo che non è tale - perché esiste un altro lato, quella realtà tanto promessa e cercata? E inattingibile? Il quarto lato che siamo certi esista (lo mostra la televisione!) ma che non riusciamo a disegnare, la zona morta che non riusciamo a penetrare. Non è un problema di eccesso di informazione - sebbene questo sia un aspetto da non sottovalutare, è sufficiente pensare all'esempio dei motori di ricerca sul Web che alla parola "televisione" mostrano un numero di link (e conseguentemente di siti) variabili da 65 a 130 per la sola rete italiana, è ovviamente impossibile visitarli tutti anche fugacemente - ma un problema di informazione tout court. Informazione sulla realtà in primo luogo; interrogarsi sul ruolo che la televisione gioca nella seduzione e nella manipolazione degli utenti non significa avere la certezza di riconoscere la non-manipolazione della realtà? E non è necessario interrogarsi prima sull'effettivo darsi di una realtà non manipolata? Considerando che una realtà "costruita", come nel caso della fiction è sicuramente una realtà "manipolata"; ma anche un articolo di giornale è realtà "manipolata", almeno dall'impaginatore! È uno degli inganni della tv (e di Internet) quello di portarci sulla realtà oppure è semplicemente l'inganno? Non sarà che riflettendo sulla televisione portiamo nel nostro cammino l'inganno della filosofia? Come distinguiamo tra realtà televisiva - e quindi manipolata, atta alla seduzione delle masse, macchina per la costruzione del consenso - e realtà politica fuori dallo schermo - e quindi pensata e meditata? Davvero vi è differenza "ontologica" tra il sondaggio fatto al volo per strada dalla troupedel TG2 che assolve o condanna con distinguo Bill Clinton e il cittadino ateniese che si fa scrivere da Temistocle stesso il nome sull'ostrakon? Ignoranza e informazione non sono qui miscelate nello stesso modo? Va da sé che non ho certo intenzione di affermare che il mezzo non influenza il messaggio, ma non vedo nella televisione quel Moloch divoratore della verità che a volte viene rappresentato. Non più comunque di altri media, o di altri linguaggi. Anche la presunta libertà di informazione sbandierata e tanto temuta che dovrebbe regnare sul magico mondo di Internet mi sembra davvero molto discutibile. Eppure sembra che la contrapposizione oggi in voga sia appunto questa: Internet versus televisione. L'esempio più evidente di questa supposta dicotomia risale a qualche tempo fa, quando in televisione, in politica e su Internet era di grande voga la rivolta nel Chapas; pareva allora che la verità "vera" su ciò che stava accadendo in Messico fosse rintracciabile solo sui siti Internet che divulgavano i famosi comunicati del sub-comandante Marcos, salvo poi scoprire che proprio la possibilità per chiunque di mettere in circolazione pagine Web aveva dato il destro per la costruzione di siti Internet dei ribelli messicani completamente fasulli. Un'efficienza di disinformazione impossibile da ottenersi in televisione. Che lo sguardo televisivo sia uno sguardo mendace sulla realtà pare sia un'affermazione incontestabile: "Questo mezzo offre molto a chi lo usa, ma può anche diventare uno schermo tra lo spettatore e la realtà. È un mezzo dove la falsificazione, le deformazioni e le accelerazioni del ritmo possono intervenire a tal punto da allontanare la realtà, in modo da presentare allo spettatore una realtà sostitutiva. Quando si tratta di giovani spettatori, che non hanno una sufficiente esperienza del mondo circostante, si può accusare la televisione di offrire un universo fantasmagorico che non educa gli spiriti ad affrontare la realtà, ma ne presenta loro un'altra." Questa affermazione di Starobinski non è certo fra le più radicali, Karl Popper è stato sicuramente più censorio nelle sue invettive contro il ruolo e la funzione della televisione, eppure anche Starobinski sembra preoccupato dall'invenzione della realtà messa in campo dalla televisione; ma l'invenzione della realtà non è qualcosa di molto più antico della televisione? Antico almeno quanto la filosofia o il mito. A volte mi pare che in definitiva le invettive degli intellettuali contro la tv siano le invettive di coloro che hanno visto sfuggirsi di mano il potere per eccellenza: quello di descrivere la realtà. Affermazione provocatoria la mia, senza alcun dubbio, ma l'assenza - non solo italiana - in televisione di intellettuali formatisi fuori dall'ambito di influenza della televisione mi sembra sospetta. Gli intellettuali italiani non vanno in televisione, non sanno usare il mezzo televisivo, non ne conoscono i tempi, i linguaggi, i ritmi e mettono in guardia dalla possibilità (o meglio dalla certezza) che questi tempi e questi linguaggi distolgano "i giovani" dalla realtà vera per offrirne un'altra. Queste riflessioni mi suscita la lettura della frase di Starobinski. Peraltro tratta dal Web, dal sito di una trasmissione televisiva. La realtà mostrata dalla televisione finisce per essere l'unica realtà realmente condivisibile. Come sanno bene magistrati, avvocati e inquisitori è impossibile raccogliere testimonianze identiche su di un evento reale da testimoni oculari. Ognuno di essi vede una realtà diversa, con particolari diversi, da punti di vista diversi. Con la televisione, invece, mi pare che questo accada abbastanza spesso: di fatto il punto di vista è identico per tutti, è quello scelto dalla telecamera, i particolari che si notano sono spesso gli stessi, sono quelli sui quali l'inquadratura ha voluto focalizzare il nostro sguardo, la nostra attenzione. Ci troviamo concordi su ciò che accade perché abbiamo visto la medesima realtà. E l'accusa di sottrazione di realtà che opera la televisione viene a cadere; non si sfugge al reale - al contrario - il reale si impone con una potenza schiacciante, cacciando la possibilità - se non a posteriori e con troppe cautele - dell'illusione. Dell'illusione dell'interpretazione. La televisione vuole annullare le distanze, porta ciò che è lontano vicino. La riflessione ci conduce - in prima istanza - a negare questa possibilità di avvicinamento, ma poi anche questa viene a cadere - cade la prospettiva della effettiva lontananza della televisione, che resta sempre lì a non più di due metri da noi. Metri misurabili, oggettivi. E alla stessa distanza sta ciò che essa trasmette.

29 maggio 2006

Il manifesto di Euston

Dal blog di Eugenio Mastroviti la traduzione in italiano del "Manifesto di Euston".

25 maggio 2006

Roger Caillois

Roger Caillois (1913 - 1978) sociologo, antropologo allievo di Marcel Mauss, filosofo surrealista - fondatore tra l'altro insieme a Georges Bataille e Michel Leiris del Collège de Sociologie.
E' senza alcun dubbio uno dei pensatori più originali della seconda metà del XX secolo. Io l'ho scoperto durante la tesi di dottorato, e per prima cosa ho letto il testo di cui propongo qui un brano, Il mito e l'uomo, ma consiglio vivamente anche tutti gli altri.
Roger Caillois, Il mito e l'uomo, p. 7:
"Pertanto gli studi che compongono questa opera non hanno altro scopo che quello di reperire, nel labirinto dei fatti proposti all'osservazione, gli incroci, i luoghi critici, i punti in cui si trovano a interferire dati peraltro immediatamente divergenti. Essi riguardano soprattutto il più caratteristico tra loro, il mito, e si sforzano, attraverso l'analisi di un esempio scelto il più significativamente possibile, di definirne la natura e la funzione, precisando le diverse determinazioni che (dalle leggi elementari della biologia a quelle che, estremamente complesse, reggono i fenomeni sociali) contribuiscono a fare delle rappresentazioni collettive a carattere mitico una manifestazione privilegiata tra tutte della vita immaginativa. In effetti, è proprio nel mito che si coglie meglio, dal vivo, la collusione dei postulati più segreti, più virulenti dello psichismo individuale con le pressioni più imperative e più perturbanti dell'esistenza sociale. Tanto basta per accordargli una posizione preminente e per incitare a ordinare in rapporto a lui alcuni di quei problemi essenziali che riguardano al tempo stesso il mondo della conoscenza e quello dell'azione."
Interessante, no?

24 maggio 2006

Giù dalla torre

Nella versione filosofica del gioco io butto giù Platone e Heidegger.
E per lo stesso motivo.
Platone, che ha consegnato alla storia la figura del suo maestro, quando questi viene condannato a morte si guarda bene dal passare l'ultima sera con lui, anche se poi ce la racconta millanta volte quella storia.
Si fa venire una diplomatica influenza e sta a casa; poco salubre per la popolarità passare a trovare un condannato a morte in galera, in particolar modo un condannato con quelle accuse ed ex complice dei Trenta.
E poi passa tutta la vita a raccontarci di quanto era buono quel suo maestro così barbaramente trucidato da una città cattiva e corrotta. E nella VII Lettera si premura di farci sapere anche che è stata proprio la sorte di Socrate a fargli scoprire che la politica era brutta e cattiva; no, non la tirannia imposta dagli spartani, ché quella andava benissimo.
Heidegger, messo in cattedra da Husserl, non segue il suo funerale. Anche a Heidegger viene una provvidenziale influenza. Anche per lui sarebbe stato un rischio accompagnare per l'ultimo saluto l'uomo che l'aveva scelto, formato e messo in cattedra, difendendo il "contadino" da tutta l'accademia tedesca che non l'amava per nulla.
Heidegger ha poi un'altra colpa non espiabile. E' per sua responsabilità diretta che almeno due generazioni di epigoni italiani disquisiscono da trent'anni sull' esser-ci, contrapposto all'e/sserci ma non per questo lontano dall'es/ser-ci.

fb?

Questo l'ho comprato ieri:

Peter Galison, Gli orologi di Einstein, le mappe di Poincaré

e in aggiunta mi sono ricomprata Intelligenza meccanica di Turing (che se mi ricordo chi me l'ha fregato...).

21 maggio 2006

Madame Bovary è solo un romanzo

È sola da ottobre; sua figlia è partita e l’uomo che frequentava si è defilato; probabilmente spaventato dalla prospettiva di non poterla più dividere con un simulacro di famiglia, che almeno quello la figlia era.
Non è stato un pranzo piacevole; malgrado lei sia una persona normalmente gradevole; a dire il vero non ho nemmeno capito perché ci siamo incontrate; lavoro a parte abbiamo avuto pochissimi contatti personali e anche poco in comune, se si esclude la frequentazione di internet in varie forme. Ho vagamente intuito che forse ero l’unica persona che conosceva che non era al corrente del suo tracollo e della sua depressione. Forse pranzare con me è stato un tentativo di recuperare qualcosa che non c’è più, un momento, una serenità ormai svanita. Ma non sono la persona adatta per queste cose.
È un post strano questo, per dire a qualcuno alcune considerazioni che non sono riuscita a fare di persona.
Oggi sono stata a pranzo con una ex collega. Ha qualche anno più me (non moltissimi), è divorziata e al momento vive sola perché l’unica figlia sta facendo l’Erasmus in Spagna. Non la vedevo da qualche mese, per la precisione dal luglio scorso; è ingrassata. Non è mai stata magra, diciamo che – fino a qualche mese fa – si poteva definirla giunonica, ma adesso è proprio soprappeso. Fuma moltissimo, più di quanto ricordassi; fumo anche io, ma devo ammettere che il suo ritmo mi ha stupito. E anche il modo, nervoso, frettoloso, l’ultima boccata tirata come la prima.
È depressa, mi ha detto; ma si capiva.

[Ha un blog, e forse arriverà al mio, visto che sconsideratamente mi sono lasciata scappare che anche io ne tengo uno. In questo caso F.M. non rimanere ferita, si parla di me in questo post più di quanto non si parli di te; sei un pretesto.]

Perché non sono la persona adatta? Perché mi spaventa il dolore, e ancora di più mi spaventa un dolore che vedo troppo vicino a me, che vuole toccarmi, che può coinvolgermi.
La guardavo mentre parlava, scontenta della scuola, della figlia, cinica e amara nei confronti degli uomini – tutti stronzi e maschilisti.

Non mi soffermo quasi mai sulle espressioni del viso altrui, per formazione e sensibilità sono molto più attenta a ciò che una persona dice piuttosto che al linguaggio del corpo, ma non potevo fare a meno di scrutare le sue smorfie mentre parlava, e il modo con cui spegneva la sigaretta mi faceva male per la sofferenza che emanava.

Insomma la guardavo, e consideravo che non mi era mai piaciuta molto.

Intendiamoci, nulla di che, solo che è quel tipo di insegnante che non si vorrebbe avere, o meglio, quel tipo di insegnante che scopri, una volta cresciuto, che non avresti voluto avere. Quelli che entrano in classe con un mai sopito istinto di competizione con i loro studenti, sempre vogliosi di stupirli con effetti speciali; una vita rutilante, la battuta pronta, l’umorismo peregrino e la smania di complicità. Chi insegna o ha insegnato sa di cosa parlo. Sono quelli che conoscono la storia esistenziale dei loro allievi, quelli che li ascoltano comprensivi quando piangono per un amore perduto, quelli che si fanno carico delle difficoltà e che allo stesso tempo picchiano durissimi giudizi sugli studenti (sempre pigri, sempre incapaci, sempre cazzoni). Alternano momenti di inutile, quando non dannosa, vicinanza affettiva – a volte anche un po’ torbida – a momenti in cui tranciano a fette i poveri malcapitati. Io ho sempre visto l’insegnamento, per quel poco che l’ho praticato, come un lavoro serio, a volte un po’ noioso, ma lavoro, non scelta esistenziale dettata dall’inanità. Lavoro, non ripiego. Lavoro, non compensazione per una vita senza slanci o passioni.

Mangiava in fretta, lamentandosi della scuola, della città, del clima, dell’arroganza e della grettezza della gente. Devo ammetterlo, ho cercato una volta di interrompere le geremiadi, ho tentato solo per un momento di lanciare l’ipotesi che forse il brutto momento che stava attraversando era l’unico responsabile del suo umor nero e della sua apocalittica visione del mondo.

Ho desistito. Perché mi sono accorta, mentre cercavo le parole per interromperla, che avrei mentito – che stavo mentendo. E ho taciuto.

Che avrei dovuto dirle? Avrei potuto solo darle ragione.

E a poco sarebbero servite le spiegazioni sociologiche, culturali, sociali.

Ha 45 anni, fa un lavoro che non le piace più, che non le è mai piaciuto perché sognava altro, e a quel lavoro non si è arresa solo per ragioni economiche ma anche perché era l’unico che le avrebbe sempre garantito un palcoscenico, per quanto con un pubblico non altamente selezionato.
In questa società e in questa cultura se hai 45 anni, sei donna, sei single e ti capita anche un lavoro un po’ di merda sei finita. È vero, la gente ti evita, non è disposta a concederti un momento del suo tempo, anzi, vede con allarme il fatto stesso che tu abbia del tempo. Se poi sei stata una donna piacente, e lei lo era, non ti capaciti del fatto che sei uscita dal gioco del corteggiamento e dell’amore. E allora non sei tu a non essere più piacente ma loro stronzi e maschilisti.

Ma ha anche torto.

Ha il torto dell’arroganza della gioventù che pensava eterna. Ha il torto dell’incapacità di riconoscere i suoi limiti intellettuali e sentimentali. Ha il torto di continuare a cercare un pubblico che non la vuole, che la vede come un oggetto da circo: un giorno che gioca a fare la vamp intellettuale e il giorno dopo con le stimmate dell’autocommiserazione.

E ho improvvisamente capito che in quel momento ero il suo pubblico, che stava cercando di recuperare se stessa cercando l’approvazione di una persona che riteneva in qualche modo sua pari e a sé simile.

Non ci sono riuscita. Avevo due possibilità. Avrei potuto essere solidale o dirle parte delle cose che ho scritto qui.
Avrei potuto concordare con le sue parole e con il suo stato d’animo o cercare di scuoterla.
Ho finto di non capire la domanda che trapelava da ogni frase, che emergeva da ogni gesto.
Non potevo fingere di esserle vicina, non lo ero e non lo sono, per caso prima che per scelta.
Ma non mi sono nemmeno assunta il compito sgradevole di squarciare il velo di maia.
E non solo perché mi pareva inutile, non ci sarei comunque riuscita, ma anche perché non ne avevo la minima voglia. Non avevo voglia di mettere in gioco me per scoprire il suo gioco, non sarebbe stato divertente.
Sarebbe stato come fare una sfuriata a un paio di studenti, che non possono far altro che abbassare la testa e tacere.
Che competizione sarebbe stata quella di mettere a confronto la mia lettura di realtà con la sua? Sarebbe semplicemente stato da parte mia un gesto di inutile arroganza.

E così, ho tenuto un profilo conviviale, cercando di parlare di politica, di film, delle poche conoscenze in comune. E appena la decenza l’ha reso possibile me ne sono andata con una scusa.

Spero che per l’estate trovi una colonia di gatti, o la vedo grigia.




20 maggio 2006

Libri

Tra gli ultimi acquisti:

Michel Foucault, Nascita della biopolitica,

Isaiah Berlin, La libertà e i suoi traditori,

Hilary Putnam, Etica senza ontologia,

Giamblico, Summa pitagorica

14 maggio 2006

Decadenza di Usenet

Il primo raduno usenettaro a cui ho partecipato risale a più anni di quanto non mi piaccia ricordare. Questo per sottolineare che quanto sto per dire non ha alcuna base teorica, ma è fondato solo su un'evidenza empirica.
La decadenza di Usenet è ormai inarrestabile - e questi sono i sintomi che fanno presagire una lenta fine, lenta ma fine.
Ti rendi conto della gravità quando:
1. Conosci solo UNA (1) persona nuova, tutti gli altri - un numero che può variare da otto a ottanta - li hai già visti/conosciuti/incrociati in altri raduni e molti di questi sono ormai amici stretti.
2. La persona nuova ti accoglie con "Ti seguivo su i.c.s." un ng che su cui non posti dall'epoca della prima guerra del golfo (e improvvisamente ti rendi conto che non sei più un giovane virgulto - e nemmeno il tuo interlocutore per altro :-D).
3. Si decide di tenere il raduno in un agriturismo: così i bambini stanno all'aria aperta. (I bambini? I BAMBINI?? A un raduno internettaro?)
4. Metà delle persone che partecipano alle quindici del pomeriggio sono ancora sobrie e la metà di queste lo è ancora dopo le 19.
E' stata una bellissima giornata, grazie a tutti.

09 maggio 2006

Elezioni presidenziali

Ammetto che, pur cercando di seguirle e anche leggendo commenti e ipotesi, la logica sottesa mi sfugge. D'Alema ni, Napolitano si/forse, ma la CdL che dice? Non brillo probabilmente per logica politica ma devo considerare che, una volta scelto il candidato, fossi stata nei leader dell'Unione avrei anche tranquillamente atteso la quarta votazione. Non credo che un candidato eletto a maggioranza sia per questo meno legittimato, e poi - comunque - a quella carica sono saliti sia Leone che Cossiga. Cosa ci può essere di peggio?

04 maggio 2006

Risvegli

Questa la mia espressione di stamattina, quando seduta alla scrivania ho realizzato i lavori che dovevo completare:
1. correggere l'articolo sui blog
2. finire l'introduzione al Teeteto
3. finire la voce Derrida per Encyclomedia
4. qui sono svenuta

e non ho ancora capito come far aderire la repubblica di Ipazia alla nuova confederazione creata da pangloss.

giochi

Alla fine ho aderito anche io. Al gioco delle nazioni intendo.
E la mia nazione la trovate qui.
E ne approfitto per segnalarvi un bel libro, anche se non recentissimo, di Pier Aldo Rovatti:

Sigmund Freud

Vi segnalo, su psicocafe, una maratona di eventi legata alle manifestazioni (convegni, mostre, giornate di studi) per Sigmund Freud.

03 maggio 2006

Ipazia

Questa immagine è dedicata a colei (o colui) che è arrivata su questo blog cercando "ipazia+foto".

Test

Non sempre mi piacciono i test, ma questi di Harvard sono interessanti.
Grazie a psicocafe per la segnalazione e per l'interessante articolo.

28 aprile 2006

Discussioni a sinistra

A quanto pare anche in Italia sono arrivate le discussioni sul manifesto di Euston. (grazie Mastroviti)
Qualunque sia il motivo ben vengano le discussioni a sinistra, perchè sono ormai anni, almeno dagli anni settanta, (quando, per esempio, alcuni “marxisti” della domenica si entusiasmarono per Carl Schmitt) che la sinistra italiana è assolutamente carente sul piano della riflessione e dei contenuti.
Appiattita da un lato su un pensiero cattomarxista – non senza spruzzi di veteropositivismo – , per esempio estremo alcune riflessioni delle BR sul “cuore dello stato” e dall'altro su una becera ideologia non tanto anticapitalista quanto antiamericana (e parzialmente antisovietica).
Incapace, comunque, di una riflessione globale, marxiana in uno degli autentici significati del termine: una riflessione capace di assumere e di prendere in analisi tutti gli aspetti dell'umana esistenza. Non solo l'aspetto economico quindi, che è una delle critiche fatte al manifesto di Euston, ma anche l'aspetto sociale, affettivo, esistenziale dell'individuo. Se Marx pensava una “liberazione dell'uomo” gli aspetti più eclatanti e rumorosi della nostra sinistra (?) sembrano essere quelli che negano tale liberazione a chi non è nato sotto il cielo occidentale. E oppongono a un filone di pensiero che si nutre di Martin Luther King come della scuola di Francoforte la frequentazione e l'appoggio al sedicente Campo Antimperialista che vede una massiccia presenza di neofascisti e neonazisti – non senza punte esoterico/magiche. Sarebbe davvero divertente se non fosse ridicolo e agghiacciante.
Ben venga quindi un dibattito a sinistra, sulle ragioni, sulle fonti, sui compiti della sinistra, ma – per cortesia – lasciamone fuori i luddisti inconsapevoli e i recenti convertiti all'opposizione telematica fulminati sulla via di Damasco dopo una giovinezza politicamente totalitaria ed esistenzialmente anaffettiva.

con un po' di ritardo

ho firmato il manifesto di euston anch'io.

E qui c'è la traduzione in italiano

26 aprile 2006

Blog (parte quarta)

La foto è del geniale Hugh di gapingvoid
Riprendiamo le fila del discorso, questa volta affrontando non il tema “blog e identità”, ma “blog ed ego”. Lo affrontiamo a partire da Nietzsche, in particolare da una delle esortazioni che vengono da La gaia scienza. In questo testo il filosofo tedesco esorta a occuparsi dei casi eccezionali e non della scienza “quantitativa”. A occuparsi del diverso – se volete – e non del quotidiano. A partire da questa considerazione nicciana voglio ragionare su una questione che fa – o dovrebbe fare – problema. Quando un blog smette di essere un diario, o una interpretazione della realtà, o una finestra sul mondo per diventare il _luogo del delirio dell’io­_? E’ il blog, per qualche qualità intrinseca, un mezzo di amplificazione di quell’io “che non è più padrone in casa propria”, come diceva Freud? Esplorare i rapporti tra blog e ego non è ricerca di poco conto; il blog pare essere maschera più volte. La prima maschera è la “persona” (che in latino appunto significa maschera), poi abbiamo la maschera del blog, e questa è sempre presente, anche in coloro che non si costruiscono un’identità virtuale molto diversa da quella che percepiscono di se stessi. Chi poi costruisce un’identità apposita per il blog sovrappone alle altre un’altra maschera (o persona). Diviene quindi estremamente complicato sbrigliare questi nodi – che spesso non possono essere sbrogliati. Le cose si semplificano un po’ se a tenere il blog è qualcuno che conosciamo personalmente o del quale possiamo ricostruire buona parte della vicenda esistenziale perché persona pubblicamente nota. In questi particolari casi il nostro compito viene – parzialmente – facilitato. Naturalmente il compito diviene ancora meno difficoltoso se prendiamo ad esempio il blog di qualcuno che non sovrappone altre identità alla sua – magari si presenta anche con il suo nome “vero” – e se questo qualcuno è persona che conosciamo anche in altri contesti (non necessariamente fuori dalla rete) e quindi abbiamo la possibilità di aggiungere ai segnali, a volte impercettibili, che troviamo sul blog, altre manifestazioni a margine. Per sgombrare il campo a ogni possibilità di equivoco della lezione nicciana, diciamo quindi che il nostro percorso prende in considerazione – in primo luogo e non solo – i blog che si possono immediatamente ricondurre a una persona fisica. Di questi scartiamo quelli che sono manifestamente – almeno manifestamente – blog-diario personale, e che hanno il dichiarato intento di essere null’altro (senza alcun giudizio di merito) che la pagina dell’autore. Dal punto di vista del nostro modesto filo (rosso, va da sé) sono estremamente importanti quei blog che rimandano a una persona fisica, che si pongono come blog di contro/informazione, che hanno una – ahimé spesso inutilmente pretesa ed elementarmente implementata – visione del mondo che si riconduce direttamente a un’ideologia, o come sovente accade, a qualcosa che nella mente del blogger è vissuto come “ideologia”. Non uso il verbo “vivere” casualmente. Troppo spesso in questi “io” l’ideologia, lungi dall’essere una particolare modalità di interpretazione del reale e della storia, è confusa con la percezione di sé nel mondo. Divengono quindi le esperienze personali – spesso misere e dolorose – la chiave di volta che viene utilizzata a sostegno di un delirio sul reale. Come tutti i delirii, anche questi sono costruiti con quella che pare una logica stringente, percepita come un bisturi che opera una risistemazione della realtà che, almeno nel blog, diviene finalmente la “Realtà”, in un maiuscolo che vuole richiamare il filosofo del razionale. Il blog diviene quindi il luogo per eccellenza dedicato a una ricostruzione/interpretazione degli accadimenti reali, a maggior ragione, per eclatante esempio, quando questa ricostruzione è stata sonoramente bocciata dalla realtà stessa (per esempio il blog di qualche politico trombato in qualche elezione – non l’ultima perché troppo contigua nel tempo).
In questo caso allora il blog diviene il luogo per eccellenza dell’insulto e della diffamazione (non in senso giuridico) di coloro che sono percepiti – inutile dirlo, erroneamente – come competitivi e contendenti allo stesso premio: la pubblica opinione.
Ma torniamo all’io. Come potrebbe sopravvivere l’io, in un contesto che rivelasse l’inanità e l’inutilità del tentativo di riappropriarsi di un reale che l’ha respinto, come potrebbe prendersi cura di sé nel momento in cui comprendesse che il mondo reale l’ha seguito e lo “perseguita” anche nella virtualità? Virtualità nella quale il fallimento viene continuamente reiterato – come tormentata ferita aperta – dalla percezione che gli interventi sul blog non sono altro che ripetizioni di un tentativo di seduzione degli altri che viene continuamente frustrato? Come abbiamo detto nella seconda parte, l’immagine di noi che il mondo riflette va a costruire la nostra identità, segnandola indelebilmente. Questo è vero anche per coloro che tentano – pur mantenendo l’identità reale a stretto “contatto” da quella virtuale – di costruire un’immagine di sé che riscatti quella reale. Insomma, blog o no, un politico trombato resta un politico trombato. Con più di un accento patetico.

24 aprile 2006

25 aprile

Domani è il 25 aprile; non è solo una ricorrenza specialmente in tempi come questi. E, forse, il modo migliore per ricordarci che sono quelli gli ideali che ci devono muovere è ripercorrere la strada esistenziale di qualche protagonista. Enzo Sereni è un giovane socialista docente di filosofia che nel 1926 decide, con la moglie Ada e la figlia neonata, di emigrare e di fondare in Palestina il kibbutz di Givat Brenner.

Ha due fratelli Enzo: il primogenito, Enrico, è uno scienziato legato ai movimenti antifascisti di «Giustizia e Libertà» , l’altro è Emilio, marxista, dirigente del partito comunista clandestino. Enzo durante la guerra decide di lasciare la Palestina per venire a combattere in Italia; paracadutato nel ’44 dietro le linee nemiche viene catturato e verrà trucidato nei lager nazisti.

Mi piace ricordare anche la Brigata Ebraica (nella foto), che liberò parte della Romagna e, tra le altre località, anche la mia città di origine. Dal sito dell’Anpi di Ravenna:

“La “Brigata Ebraica” contribuì a liberare gran parte dell’Emilia Romagna dai nazi-fascisti; in modo particolare fu impegnata in furiosi e sanguinosi combattimenti in terra di Romagna, lungo la zona d’operazione corrispondente allo sfondamento della “Linea Gotica” nella valle del Senio, nei pressi di Imola. In quella battaglia, la “Brigata Ebraica” portò a termine uno dei pochi assalti frontali, a baionetta sguainata, di tutto il fronte italiano. Molti storici sostengono che quella battaglia fu la più sanguinosa di tutta la campagna d’Italia; la “Brigata Ebraica”, composta da soli volontari, con formazione prevalentemente non militare, registrò numerose perdite. A commemorare tutti coloro che diedero la propria vita per liberare questa parte della nostra Patria, è stata posta una lapide presso il cimitero militare di Piangipane. In Piazza Garibaldi a Ravenna una lapide di marmo (posta il 15 maggio 1995 nel 50° anniversario della Resistenza e Liberazione) ricorda gli ebrei assassinati dai nazi-fascisti residenti, rastrellati e catturati nella provincia di Ravenna ed i 45 giovani volontari della Brigata Ebraica caduti nella terra di Romagna per la Libertà.
La “Brigata Ebraica” partecipò alla liberazione delle principali città romagnole: Ravenna, Faenza, Russi, Cotignola, Alfonsine ed Imola. Nel 1945, nello schieramento delle truppe alleate a sud del fiume Senio, la “Brigata Ebraica” combatté insieme ai gruppi di combattimento “Friuli” e “Cremona”. Al termine delle ostilità belliche, nel maggio del 1945, la “Brigata Ebraica” ricevette l’ordine di trasferirsi a Tarvisio, punto strategico per la fuga dei sopravissuti ebrei europei alla barbarie nazi-fascista. Contemporaneamente, i membri più attivi della brigata furono inviati in tutte le nazioni europee per aiutare le popolazioni ebraiche a ritornare a vivere, in modo particolare furono impegnati nell’opera di assistenza agli orfani ed agli ebrei che scelsero di andare a vivere in Israele.”

No, questa gente qui non ha nulla a che vedere con “resistenti” che mettono bombe negli alberghi, nei supermercati, tra le file dei disoccupati o nei locali per turisti. Non facciamoci ingannare.