25 luglio 2006
23 luglio 2006
Ridicoli
Insomma: per via di una legge elettorale schifosa e fascista non abbiamo potuto scegliere che eleggere, e chi ha scelto non è in grado di controllare le sue scelte. Hanno solo la fortuna che dall'altra parte c'è il nano peloso e una serie di razzisti...
A seguire il consiglio di Sofri sono sempre in tempo comunque (o anche quello del padrino, volendo). Si dimettano e lascino il posto a chi ha la coscienza meno pura e il portafogli meno pieno.
21 luglio 2006
Una considerazione fuori dal coro
Sempre a proposito di proporzioni (e di D'Alema)
Bernard-Henry Levy sul Medioriente
ISRAELE E L'OCCIDENTE
Se i katiuscia minacciassero noi
di Bernard-Henry Levy
| Una parola stranamente ricorrente nei commenti, in Europa, sulla risposta israeliana alla dichiarazione di guerra dell’Hezbollah è «sproporzione» Non sono certo un grande esperto in affari militari. E anch’io penso, è evidente, che ognuna delle vittime civili, pudicamente chiamate dagli strateghi «danni collaterali», sia una tragedia. Detto questo, avrei comunque voglia di chiedere a coloro che parlano così come reagirebbero se un commando di terroristi venissero per esempio sul territorio di Francia, non tenendo assolutamente conto delle nostre frontiere, se non persino negandole, a rapire soldati francesi. Come reagirebbero se Strasburgo, Lilla o Lione si trovassero, come Sderot, Ashqelon e adesso Haifa, sotto una pioggia di katiuscia che fanno decine — su scala francese centinaia — di altre vittime civili il cui martirio, mi pare, equivale a quello dei libanesi. E se la capitale del nostro Paese si trovasse a portata di missili a medio raggio Zelsal 1, forniti da artificieri iraniani debitamente inviati in missione da Ahmadinejad e ci dicessero, come ha detto a proposito di Tel Aviv il segretario generale dell’Hezbollah, Hassan Nasrallah, che colpire Parigi non è più un’ipotesi del tutto teorica, ma un obiettivo bellico prioritario e un’impresa santa. Avrei voglia di chiedere quale fosse, secondo loro, la reazione «proporzionata», dal momento che l’autore di questo tipo di dichiarazioni e degli attacchi che le accompagnano è notoriamente ispirato, finanziato, armato da un paese il cui presidente non ha mai fatto mistero della propria determinazione a dotarsi dell’arma atomica e, con o senza tale arma, a cancellare dalla carta geografica uno Stato ebraico intrinsecamente perverso e criminale. Ancora, avrei voglia di chiedere come sarebbe stato possibile imbastire una risposta tale da risparmiare un Libano ridiventato, per sua disgrazia, l’ostaggio di ideologi e capi di guerra irresponsabili: gente che non ha smesso di costruirvi, in flagrante contraddizione con la sua cultura, la sua genialità, le sue tradizioni di tolleranza, di cosmopolitismo e di pace, uno Stato nello Stato che è, innanzitutto, uno Stato terrorista che minaccia tutta la regione e, naturalmente, i libanesi stessi. Avrei voglia di chiedere come si potesse evitare d’intervenire in Libano visto che il governo di questo paese conta molti ministri Hezbollah; che il suo presidente, Emile Lahoud, afferma, appena può, la sua solidarietà di principio con gli obiettivi e la causa di Hezbollah; che le sue strade servono al trasporto di razzi, lanciamissili e truppe verso le linee di fronte e i fortini tenuti da Hezbollah; e che a partire dalle stazioni radar dei suoi aeroporti, come da quello di Beirut, vengono localizzati i bersagli marittimi israeliani che le batterie Hezbollah colpiscono, come la settimana scorsa. E poi, «sproporzione» per «sproporzione», come schivare la vera, la sola domanda valida, che è di sapere chi ha fatto, oggi, i progressi concreti dello spirito di moderazione e di misura che ognuno auspica: gli israeliani, i quali, pur non essendo angeli, per carità, si sono ritirati dal Libano da sei anni, da Gaza da sei mesi e sono pronti, in grande maggioranza e a costo di ricevere, come in questo momento, valanghe di bombe sulle loro città e sui loro villaggi, a ritirarsi dalla Cisgiordania perché vi si installi lo Stato palestinese in formazione; o i folli di Dio che se ne infischiano altamente della formazione di un qualsiasi Stato palestinese e non hanno, in realtà, nessun’altra preoccupazione se non di veder scomparire Israele? Infatti, è proprio qui la discriminante. Etale è la posta in gioco, la sola, di una guerra quasi più radicale, in questo senso, delle precedenti guerre israelo-arabe. Da un lato, i sostenitori della coabitazione di due popoli che apprendano, con il tempo, senza illusioni né angelismo, a negoziare, a fare la pace e poi, forse, un giorno, ad andare d’accordo e a volersi bene: sono, in Palestina, gli amici di Mahmoud Abbas; sono, nel mondo arabo in generale, i dirigenti e i rappresentanti, in numero crescente, dell’opinione pubblica illuminata; ed è l’essenziale della popolazione d’Israele, sia essa di destra o di sinistra, finalmente consapevole che non esiste, a termine, altra strada se non quella della spartizione della terra. Dall’altro, gli oltranzisti di una causa che ormai ha un rapporto lontanissimo e con la causa nazionale palestinese e con la sofferenza che la sostiene: è, a Gaza, l’Hamas di Khaled Mechaal ed è, qui in Libano, l’Hezbollah. I due pilastri di un «fascislamismo» di cui non si ripeterà mai abbastanza che i burattinai si nascondono a Damasco e soprattutto a Teheran e i cui responsabili sul campo sono palesemente pronti, se la vittoria finale è a questo prezzo, a battersi fino all’ultimo libanese, palestinese e, certo, fino all’ultimo ebreo. 20 luglio 2006 |
19 luglio 2006
Era così

Tra le splendide cose che ho visto c'è il restauro
dell'Ara Pacis.
Era come la vedete qui sopra.
Un vizio antico
Avanti compagni, lo schifo non muore mai.
18 luglio 2006
Adriano Sofri "Cari pacifisti, basta sciocchezze"
Cari pacifisti, basta sciocchezze
Si può perdere la testa, con le migliori intenzioni. Gino Strada dice che in Afghanistan oggi si sta peggio che sotto i taliban. Si stava meglio quando si stava peggio. Dice che, se il governo cadesse sul problema della guerra, lui brinderebbe. La guerra di cui parla è l'intervento della Nato, autorizzato e ora implorato dall'Onu, in Afghanistan. Il governo di cui parla è il chiaroscuro governo di centrosinistra. Gino Strada è molto ammirato, e se lo è meritato. Anch’io lo ammiro, sul serio. Però so che dice delle sciocchezze colossali. L'ammirazione che si è guadagnato gli gioca un brutto scherzo: gli fa spendere il suo credito sostenendo presso un pubblico generoso quelle sciocchezze, diametralmente opposte agli ideali che vuole perseguire.
Strada cura le persone che hanno bisogno di cure. Spiega che non tocca a lui occuparsi di che governo sia in sella. Un ferito è un ferito, un malato è un malato, che si tratti di un bambino o di un uomo adulto, di un talebano o di un marine, di un signore della guerra o di una madre di famiglia. Così dev'essere. Strada protesta che il suo amore per la pace non è “di sinistra radicale”, né di altro colore. L'amore per la pace non ha colore o li ha tutti, come l'arcobaleno. Così dev'essere. Naturalmente, nella realtà le cose non vanno così nitidamente. Nella realtà si viene a patti con la situazione. Far funzionare un ospedale sotto i taliban può costringere a compromessi che sembreranno accettabili o no: non fosse che il compromesso inevitabile di rinunciare a denunciare l'infamia del regime dei taliban. Accettabile, perché non spetta al chirurgo la denuncia di un regime politico: e nessuna persona sensata glielo rimprovererà. Al contrario, ammirerà il modo in cui il medico sacrifica il proprio orgoglio a una causa più nobile e altruista. L'altro ieri, intervenendo all'assemblea romana "contro la guerra", Strada ha parlato del governo Karzai come di “un regime di criminali e fondamentalisti”. Vorrei chiedergli, senza nessuna malevolenza, se abbia mai pronunciato un giudizio del genere durante il regime del mullah Omar: che era per antonomasia “un regime di criminali e fondamentalisti”, escluso dalle stesse Nazioni Unite, che pure hanno così gran braccia.
Oggi Strada incita a una campagna politica in nome del fatto che il regime attuale in Afghanistan è peggiore di quello dei taliban. C'è qui un'incoerenza, anche quando si ammettesse che l'assunto sia vero: ed è l'ultima delle cose che una persona appena ragionevole possa ammettere. Ci sono oggi manifestazioni contro la presenza di truppe internazionali in Afghanistan. Non ci furono ieri manifestazioni contro il regime dei taliban in Afghanistan. Strada, o altri, possono replicare che oggi c'è una guerra, e il regime dei taliban assicurava comunque una pace. Non è vero.
Una guerra intestina, anche dopo la cacciata degli invasori sovietici, non era mai cessata in Afghanistan. Il regime taliban, tirannide oscena quanto poche altre, forniva anche un territorio e una parodia di Stato al terrorismo di Al Qaeda. Strada non si stanca di ripetere che gli americani foraggiarono a suo tempo Bin Laden e i taliban. E’ vero: ma che cos'ha a che fare con l'eventualità di un ritorno incontrastato dei taliban a Kabul?
Strada si batte per la messa al bando del la guerra, e rifiuta di lasciarsi etichettare. Altri non esitano a dare al loro impegno un colore di sinistra. Anzi, pensano che pacifismo e sinistra siano oggi sinonimi, e anche che pacifismo e nonviolenza lo siano. Ci sono in questa bella illusione dei corto circuiti che danno la scossa. Prima ancora, c'è un equivoco micidiale. Perché una sinistra devota alla libertà e alla pace manifesterebbe non per liquidare, ma per migliorare la presenza di una forza internazionale legittima in Afghanistan: e legittima non vuol dire solo autorizzata dall'Onu - condizione che è oggi data senza riserve - ma proporzionata nel metodo e nei fatti al compito che proclama di voler svolgere, la protezione dei diritti umani e della democrazia. Dire no, senza alcuna distinzione, a qualunque impiego della forza, in Iraq o in Afghanistan, a Timor o in Bosnia o al confine israelo-libanese, è uno slogan infantile, un sacrificio tributato alla consolazione dell'assolutezza. Il punto più debole della missione afghana sta nella mancata valutazione e discussione pubblica, in Italia, del fine dell'intervento e della sua efficacia; e, rispetto ai paesi alleati, nella inesistente o insignificante voce italiana in capitolo. La stessa misconoscenza, che conduce a una presenza militare inerte e inadeguata, viene lamentata negli altri paesi che hanno in Afghanistan una forza significativa, come la Francia.
Noi disponiamo di qualche buon reportage (i lettori di Repubblica conoscono gli ottimi di Guido Rampoldi, delle opinioni, divenute un increscioso duello, di Strada ed Emergency da una parte e Alberto Cairo dall'altra, e poco più. I nostri militari, di ogni grado, sono assenti, e non si capisce proprio perché, dato che la loro esperienza non può che essere istruttiva. Solo una malintesa chiusura da corpo separato, e un'ancor più malintesa subordinazione al primato della politica e della sua vanità, fa sì che dei militari senz'altro in grado di valutare in modo serio le ragioni e i modi di una presenza (o di un ritiro: il generale Mini, per esempio, fresco pensionato, sembra favorevole al ritiro, e con argomentazioni di merito) non figurino nella discussione italiana, e siano sostituiti da opinionisti televisivi di ruolo.
Proverò per un'ennesima volta a dire a interlocutori persuasi di essere i titolari in esclusiva dell'avversione alla guerra, e gli ultimi resistenti della fedeltà ai principii (dentro la "casta politica": perché, quanto al popolo, sono convinti di averlo largamente dalla propria), quale considerazione agisca per me con una forza di principio. Lo dirò con un argomento preso a prestito, con una piccola forzatura retorica, dalla retorica del buon chirurgo. Le persone soffrono di malattie e di ferite, e hanno bisogno di un pronto soccorso, un ospedale, medici e infermieri capaci e appassionati. Soffrono anche, però, dell'oppressione, della prepotenza, del carcere domestico per le donne, dell'esclusione dalle scuole per le bambine, delle frustate per chi ride a gola piena, della galera per i dissidenti, dell'umiliazione di desideri e diritti. Nei confronti dell'oppressione di governi brutali contro i loro stessi sudditi, della sofferenza impressa nei loro corpi e nelle loro anime, noi, loro simili privilegiati, siamo come altrettanti medici senza frontiere, altrettanti soccorritori d'emergenza, tenuti a occuparcene, a solidarizzare, a prendercene cura. E come lo sappiamo oggi perché abbiamo ripensato alla nostra storia, e perché il mondo ci si è così rimpicciolito addosso se fossimo tutti legati a una deontologia, a un universale giuramento di Ippocrate. Il quale ci impegna a mettere la guerra al bando dalla vicenda umana, e, proprio per questo, a metterle sosta o fine dove infuria, a intervenire con una legge internazionale, un tribunale internazionale, una polizia internazionale, dove sia violata l'incolumità di comunità e minoranze e persone, e sia schiacciata la loro dignità. Negare questo, o peggio non vedervi se non un capzioso gioco di parole, equivale a negare che dentro la sovranità degli Stati nazionali, feticcio ravvivato dal pacifismo assolutista, ci sia bisogno di una legge, un tribunale, una polizia. Cioè una forza legittima e proporzionata e trasparente: il contrario della potenza tracotante e smisurata e opaca della guerra.
I miei argomenti, come si vede, non hanno fin qui toccato la questione del governo: benché io legga con raccapriccio che Strada “brinderebbe alla caduta del governo” su quello che chiama il tema della guerra; ben che ascolti con amarezza i senatori che parlano di sè come Resistenti, e i loro tifosi che irridono alla “sindrome del governo amico”. Non l'ho toccata perché sono persuaso della loro sincerità spinta fino alla superstizione. Sono persuaso che voteranno, in più o meno degli otto saliti alle cronache, ignorando le conseguenze per il governo, e che nessun argomento sappia intaccare il loro partito preso. Del resto, la venerazione del "senza se e senza ma" esclude un confronto che possa portare a reciproci riconoscimenti. Se fosse vero il loro assunto da una parte l'inabissamento italiano in una guerra d'aggressione globale asservita agli Stati Uniti, dall'altra la tenuta di una maggioranza - nessun argomento terrebbe. Tanto meno gli argomenti pratici, come il regalo fatto al centro destra: essi deridono la "riduzione del danno” in cui vedono solo un miserabile espediente (strano, per chi ha dovuto occuparsi di tossicodipendenza), perché l'etica non viene a patti con la pratica. Con la logica però anche i principi più solenni dovrebbero fare i conti. E dunque, a che cosa servono, nell'Europa di oggi, le elezioni politiche, che cosa si va a fare in Parlamento? Non voglio spingere il sospetto nei confronti della "sinistra radicale" fino al folklore di immaginarla ancora persuasa che si vada in Parlamento per impedirgli di funzionare, spingere alla crisi della "democrazia borghese", e prepararle una soluzione sovietica non appena le masse saranno di nuovo mature (Qualcuno tuttavia parla ancora questa lingua morta). Resta, dichiarata da loro, la "questione di coscienza". Ebbene, se si riconosca, laicamente, semplicemente, che alle elezioni si partecipa, e in Parlamento si sta, per far governare una maggioranza contro l'altra, il desiderio di fare la rivoluzione o l'obiezione di coscienza devono trovarsi altri campi da gioco. Nelle elezioni politiche si gioca sul tanto una maggioranza contro l'altra. Non è in ballo il proprio ideale e nient’altro, la rivoluzione o la purezza della coscienza, l'assolutezza che non ammette termini di confronto, bensì il confronto fra quello che consente la propria maggioranza, e quello che assicurerebbe l'altra. Con l'altra Calderoli direbbe che i francesi sono negri musulmani e comunisti, ma da ministro. Con l'altra si avrebbe un filoamericanismo di principio (e un filoputinismo di fatto). Poco europeismo, poca autonomia, poca distinzione. Se davvero la coscienza personale osta insuperabilmente a un voto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, si può lasciare il proprio seggio al prossimo della lista, e tornare nei luoghi in cui l'assolutezza morale è di casa. Così si rispetterebbe il debito con la propria coscienza, e non si metterebbe a repentaglio quel governo per il quale la meta più uno, almeno, degli italiani ha votato, e con una cosi grande aspettativa. Non lo faranno, i senatori tanto applauditi nell'assemblea romana da diventare ostaggi di quegli applausi. E del resto hanno giustificazioni da accampare, in una maggioranza che a ogni pié sospinto vede spuntare una cresta pronta a cantare il proprio ricatto: O mi date il tal ministro o sottosegretario... O correggete la tale legge come piace a me... Canzone di tutti i giorni. In un paese normale, e in una democrazia dell’alternanza, tutti i partecipanti di uno schieramento dovrebbero attenersi alla premessa di non evocare mai la minaccia di far mancare la maggioranza. I loro rispettivi argomenti diventerebbero così argomenti, liberi, disinteressati, con vinti: altrimenti, sono piccoli ricatti. O grandi, dipende dalle conseguenze.
14 luglio 2006
Il 14 luglio dei pavloviani
Su cosa passa per Franco Giordano la “linea” del governo? Qual è il confine oltrepassato il quale Giordano non ci sta più? Su cosa Franco Giordano si alza e lancia l’appello del “boia chi molla”? Sui mille morti l’anno sul posto di lavoro? Sulle grandi e inutili opere che ancora si progetta di realizzare? Sul lavoro e l’avvenire negato a milioni di giovani? Sull’azzeramento della ricerca, dell’università, della scuola, della sanità? Si scandalizza Franco Giordano dell’appoggio e delle relazioni commerciali con stati e governi che affamano, torturano, schiavizzano i loro cittadini, dalla Cina al Sudan? Si preoccupa Franco Giordano per intere regioni in mano alla criminalità organizzata, per migliaia di cittadini che attendono un trapianto, per tutte le donne alle quali una legge recente ha negato la maternità? Ne parla con Venier, responsabile esteri del Pdci, che vuole cacciare gli ambasciatori di uno stato democratico? Forse la puerile concezione della politica che ha Venier non gli permette di comprendere che la cacciata di un ambasciatore è un atto di guerra?
Ha mai pensato Venier di rompere i rapporti con la Thailandia, dove migliaia di europei come lui comprano bambini per solleticare i loro sensi ormai stanchi?
Parleranno tra loro Venier e Giordano, - che si scandalizzano per i cinque missili di Israele in risposta ai cinque missili lanciati dagli Hezbollah -, dei milioni di morti africani, dei bambini soldato, delle bambine nei bordelli brasiliani? Si faranno quattro risate sui froci ammazzati negli stati arabi, sui prigionieri dei gulag cinesi? Apriranno una bottiglia per festeggiare sui giustiziati a Cuba, eterno baluardo dell’antiamericanismo d’accatto e di bandiera?
Sono questi i rappresentanti di parte della sinistra italiana che oggi 14 luglio - anniversario per tutti gli uomini liberi - sputano sulla giustizia, sulla democrazia, sui diritti umani.
Sono la vergogna, l’onta, il disonore di chi si batte, di chi paga, di chi muore per la libertà, la giustizia, l’uguaglianza.
L’altra sinistra, quella che non ha tradito, quella che non rinnega la sua tradizione, quella che sempre, in ogni momento, si schiera a difesa dell’umanità, della dignità dell’uomo, della giustizia sociale ha il dovere morale di distinguersi, di marcare la differenza, di prendere le distanze dagli avvoltoi dello spicciolo interesse politico e mediatico, dalle iene che banchettano sul voto obbligato di chi voleva liberarsi di Berlusconi e della sua circense corte e si ritrova ostaggio di banditi amorali.
12 luglio 2006
Giorgio Colli e Spinoza
Qui voglio riportare quella dedicata all'Etica di Spinoza:
"L'Etica richiede lettori non pigri, discretamente dotati e soprattutto che abbiano molto tempo a loro disposizione. Se le si concede tutto questo, in cambio offre molto di più di quello che ci si può ragionevolmente attendere da un libro: svela l'enigma di questa nostra vita, e indica la via della felicità, due doni che nessuno può disprezzare.
Ogni filosofo vuol trovare un senso - ossia un'unità - del mondo; ma gli oggetti che deve considerare sono infiniti, e i nessi concettuali che deve stabilire tra di essi sono, se possibile, ancora più infiniti. Il vigore di un filosofo è misurato dall'ampiezza di questa rete, che egli getta sulle cose, tentando di afferrarle e di stringerle. Ma ciò che conta ugualmente, è la qualità del tessuto di questa rete. La bava del ragno dev'essere rilucente e uniforme, e tenue abbastanza da ingannare la preda. E' la forza dello sguardo, che stabilisce questa unità, lucida e avvolgente.
Per profondità di un filosofo, si intende appunto ciò, e dopo i greci, nessun filosofo è stato profondo nella misura di Spinoza. Chi si accinge a leggere l'Etica, si trova innanzitutto di fronte a difficoltà grandissime: le definizioni, gli assiomi, le proposizioni, gli scolii, si presentano come bastioni inespugnabili, quasi isolati e ostili gli uni agli altri. Ma approfondendo l'indagine, cioè scendendo nei cunicoli sotterranei di ciascun bastione, si scoprono i collegamenti. Per inoltrarsi nel buio di quelle gallerie, occorre possedere un cuore fermo, e un occhio notturno. I contrasti tra i pensieri spinoziani vanno attenuandosi, man mano che si segue centrifugamente la loro concatenazione. E chiunque si compiaccia di indugiare sull'incompatibilità di due proposizioni, dovrebbe ragionevolmente dubitare dell'ampiezza del proprio respiro intellettuale, prima che della coerenza di Spinoza. Perché il punto dove convergono i pensieri di costui - l'unità della sua visione - è sepolto in un abisso, e occorrono giorni e mesi di meditazione, per scavare sino in fondo il pozzo di ogni singola proposizione.
Se tale è la natura di Spinoza, a ben poco serve il collocarlo nel suo tempo, e studiarlo storicamente, indagando il nesso che lo lega ai filosofi precedenti, e ricercando le tracce del suo pensiero nella speculazione posteriore. Certo, egli si serve di molti concetti offerti dalla tradizione, ma li riempie dei suoi contenuti; e quando avremo stabilito i suoi presupposti culturali e i suoi influssi, continueremo a scivolare lungo la superficie di una sfera, in cui invece, come abbiamo detto, si tratta di penetrare sino al centro. D'altronde non ha senso chiederci che cosa sia vivo di lui oggi, perché l'unica risposta sincera è: nulla; tale risposta, anziché autorizzarci a trascurarlo, dovrebbe indurci a riprenderlo seriamente in considerazione. Perciò sono più stimabili, o almeno utili, i suoi denigratori che non i tiepidi e cauti ammiratori. Perché quelli fecero rumore intorno alle parole miti, ma terribili, che suggerivano agli uomini la liberazione dai miti della religione e della filosofia, dalla credenza nel libero arbitrio, dalla millenaria superstizione sul valore assoluto del bene e del male. Eppure, ancor oggi il bene e il male sono concetti assoluti, e il finalismo domina le menti degli uomini.
In Spinoza non vi sono fratture: la sua vita fu in armonia con il suo pensiero. L'uomo non si distingue dalla sua opera. E ancora, il problema della conoscenza non si divide dal problema morale. Così in ogni parte della sua opera. L'antitesi fra razionalismo e irrazionalismo, cui da secoli tutti soggiacciono, è guardata dall'alto, secondo la prospettiva del conatus. Il crepaccio che separa l'individuo dal tutto viene saldato, senza danno né per l'una né per l'altra parte. Attraverso la cosa singola si può giungere intuitivamente alla totalità: la tesi mistica è dimostrata con la ragione.
Spinoza è un'unità, mentre il mondo moderno è una molteplicità frantumata. La voce di Spinoza giunge a noi da lontano, sommessa; non chiede di essere ascoltata. L'Etica ha la fermezza di un tempio, in un paesaggio disabitato: se sapremo contemplarlo, penetrare devoti nel suo interno, conosceremo il divino."
dalle fregole missionarie alle fregole e basta
La signora BX (come spiritosamente l’ha soprannominata un lettore di questo blog) è passata dalle fregole missionarie alle fregole e basta. E mettendo – grazie a dio – da parte ogni velleità umanitaria lenisce le sue pene in un paradiso sessuale per signore. Eh si; ha deciso di partire per le vacanze, e che i poveri bambini/profughi/prigionieri bombardati/feriti/arrestati se la devono cavare senza il suo aiuto. (immagino comunque che non farà mancare la sua solidarietà sul suo blog, se trova un internet point).
Al di là delle scelte personali, e a questa francamente non mi sento di non plaudire, (divertiti BX e torna magra e soddisfatta. Ti aspetta un anno pesante, durissimo, devi essere in forma smagliante, recuperare tono e cinismo e palle, qui i moloch non aspettano altro che la tua tenera carne) la sua partenza mi ha aperto un mondo. E all’aperitivo/cena che ha offerto alla partenza – per altro frettolosa e inaspettata – le signore da lei convenute mi hanno aperto un mondo su cui vale la pena di sprecare qualche minuto a riflettere. Mondo del quale ignoravo del tutto l’esistenza (e se vi sembra poco credibile non so che farci, ma vi assicuro che è così); parlo dei “paradisi sessuali” per signore, diciamo, mature. Pare che Giamaica, Capo Verde, Marocco, Egitto e Cuba siano tra le mete preferite delle single europee; dico pare perché in effetti, a parte i discorsi che ho sentito l’altra sera non mi risulta niente altro, se avete informazioni, siti, link che affrontano questo argomento…
10 luglio 2006
08 luglio 2006
04 luglio 2006
Milano Marittima o dell'ira violenta
Torno in albergo. L'unico internet point sta a km. Meno male che sono arrivata ieri sera e oggi pomeriggio me ne vado.
28 giugno 2006
E' nato Euston Manifesto Italia
27 giugno 2006
segnalazione
Referendum
25 giugno 2006
Del volontariato o Nietzsche
"creano un nulla dal mondo". Bellissima, non trovate?
Filosofia
E' un testo di Roberta De Monticelli, La fenomenologia come metodo di ricerca filosofica e la sua attualità.
Dalla presentazione:
"Questo libro è un’introduzione alla fenomenologia, una delle principali correnti filosofiche del ventesimo secolo, e una promettente linea di ricerca del ventunesimo. Ed è su quest’ultimo aspetto della fenomenologia che s’impernia il volume: l’esposizione non è infatti di tipo storico-genealogico, ma di tipo prevalentemente teorico. L’idea è quella di illustrare come il metodo e le tesi principali della fenomenologia possano contribuire ai dibattiti della filosofia contemporanea."
24 giugno 2006
Volontariato e menopausa
Qualche sera fa mi sono lasciata trascinare a una cena di conclusione di un anno scolastico che non ho vissuto. Ho lasciato la scuola senza alcun rimpianto, avevo saputo fin dal principio (2001) che era un'esperienza passeggera; che dovevo fare ma che non era il mio lavoro.
E un po' mi manca quel contatto quotidiano con il mondo al quale non ero abituata. Quando ho cominciato a insegnare in un liceo la cosa ha letteralmente stravolto la mia vita. Prima di quel momento le mie abitudini era abbastanza consolidate e prevedevano la frequentazione di ben poche persone e certamente non tutti i giorni. Fortunatamente le mie giornate sono tornate – quasi – come quelle di allora: studio, scrittura, biblioteca (poco, non riesco a concentrarmi), poche uscite – se si escludono quelle in giardino; insomma il vicino più vicino sta quasi a un chilometro di distanza, e spesso passo giornate intere scambiando qualche parola solo con il postino (se non ha fretta.)
Non amo vedere molta gente e una giornata che preveda l'incontro con più di due persone è immediatamente classificata come “faticosa”. Fanno eccezione solo le lezioni all'università, che peraltro non prevede un orario particolarmente pesante.
Per farla breve, martedì sera mi sono ritrovata a questa cena. I miei ex colleghi sono decisamente divertenti, diciamo che i più antipatici si sono scremati da soli nel corso degli anni e nei momenti conviviali si defilano; ma non è della cena in particolare che voglio parlare, ma della signora che avete già incontrato qualche post fa. E' in partenza, non appena finiti gli esami di stato parte per un posto più o meno come questo, (quello esatto non sono riuscita a ricordarmelo) ormai è il secondo anno; ne parla sempre con entusiasmo, del lavoro che fa da quelli parti – scuola e assistenza per i più piccoli, almeno a quanto ho capito; le luccicano gli occhi quando parla della fame, della miseria, della paura. Si anima, si sente viva, si sente utile – dice lei. Stavolta, a differenza dell'altra, non ho taciuto; sarà che l'argomento mi toccava di più, sarà che il vino a tavola era buono, e mi sono ritrovata ad attaccarla (un po' me ne pento, non si dovrebbe infierire su una quasi cinquantenne in crisi esistenziale e single per sfiga). E così le ho chiesto perché per sentirsi viva deve andare (a spese sue tra l'altro) a vedere le sofferenze degli altri; ho continuato esortandola a interrogarsi sulle motivazioni che le facevano pensare di uscire dalla depressione andando a vedere orfani, mutilati, ammalati; le ho chiesto che volontariato era quello, che nasceva solo dalla considerazione che qui non è niente per nessuno. (ché mica pensava di andare volontaria qualche anno fa).
Insomma che persona è questa, che deve andare di persona a vedere le sofferenze altrui per risollevarsi il morale? E, ovviamente, che tipo di persone sono quelle che plaudono – da casa – a queste iniziative?
Io non riesco nemmeno a vedere dieci minuti di filmati sui campi profughi senza vomitare anche l'anima, e mi trovo a cena con persone che amano sguazzarci dentro.
Se poi qualcuno di voi è nella stessa situazione ecco un link utile.
21 giugno 2006
Professori e politica
Ora, è evidente che un premio Nobel per la fisica può essere sia razzista, sia ignorante come una capra in questioni di codice genetico.
Pare che però sia evidente per pochi, perché oggi un sacco di gente cita Noam Chomsky a sostegno di tesi politiche altrettanto razziste, senza rendersi conto che anche un eminente linguista può non capire nulla di scienza politica.
20 giugno 2006
Soddisfazioni
" Per quanto riguarda la tipologia "A", quella dell'analisi del testo, tra le tracce più probabili figurano il brano "La somarella di Giovannino" di Giovanni Pascoli o "Il fanciullino" di Calvino. C'è chi giura, però, che quest'anno capiterà Svevo ("era quasi sicuro l'anno scorso") o Pirandello. "
l'articolo intero è decisamente gustoso, leggetelo prima che qualcuno rovini il gioco segnalando la farsa.
16 giugno 2006
14 giugno 2006
La via di Hezbollah al socialismo
Primo punto.
Allora, abbiamo un uomo politico che ha un ruolo importante in un centro di cooperazione e sviluppo dei paesi mediterranei. Centro del quale fanno parte anche una serie di ong. Come quelle delle due simone, per intenderci; ora non è una novità per nessuno che intorno alle ong girino un sacco di soldi, sia per gli investimenti che per le persone; chi lavora per una ong prende, meritatamente, un sacco di soldi. Voglio dire, io non ci andrei a lavorare a bagdad o a mogadiscio per quattromila (4000) euro al mese, nemmeno se pagati (come avviene) in italia. Chi lavora in quelle condizioni e a quel rischio imho prende pure troppo poco. Però restano un sacco di soldi, (che escono per lo più, ma non solo, dalle casse dell'UE) e non a caso chi riceve quelle opportunità di lavoro di solito è vicino a qualche gruppo di potere (una delle due simone era stata segretaria di un altro uomo politico, per esempio). Ora, le ong si appoggiano per le strutture, ovviamente, alle imprese del paese da cui provengono, anche per ragioni di stretta
opportunità logistica. Voglio dire, se una ong deve costruire una scuola da qualche parte, se è una ong italiana, mica compra il cemento in spagna eh?
Secondo punto.
Facciamo un passo indietro; negli anni immediatamente successivi allo scioglimento del pci non ci è scannati solo sul simbolo, le sedi, le proprietà del partito, eccetera eccetera, ma anche sulle cooperative. Non è un segreto per nessuno che dalle cooperative venivano versati un sacco di
soldi nelle casse del partito, del tutto giustamente secondo me! In fin dei conti, il pci era il partito di riferimento della maggior parte delle coop, a chi dovevano darli i finanziamenti, ad andreotti? Così, non è un segreto per nessuno che dalle coop venivano "indicazioni" sugli uomini di riferimento, all'interno del pci, più rilevanti per le cooperative stesse. E anche questo non mi pare strano. In fin dei conti, chi paga decide. Resta un fatto però, inevitabile come la morte: le cooperative non possono fare a meno, nel tempo, di integrarsi in un sistema di produzione ben preciso, che diviene il loro contesto di riferimento. In poche parole devono rimanere dentro il mercato, pena il fallimento; e in questo una cooperativa ha delle logiche che non sono diverse da quelle della fiat e di mediaset, per capirci. Ci vogliono fette di mercato, è necessario risparmiare il più possibile sui salari...insomma non è che un sindacalista campi meglio se rappresenta i lavoratori di una coop piuttosto che quelli della fiat. E le cooperative cambiano, si costruiscono sedi prestigiose, cercano i dirigenti sul mercato, aprono banche (che finanziano ong, tra l'altro). E danno i soldi a chi più degli altri si adopera in loro favore. Insomma, si fanno, come fiat, come general motors, come qualunque altra grande impresa di rilevanza nazionale e internazionale, la loro lobby. Niente di male nelle lobby, almeno secondo me, voglio dire, sei in grado di distinguere più facilmente il nemico nel caso. Comunque sia, dopo la disgregazione del pci, le coop devono scegliere a chi affidarsi per il "lato politico", e come tutte le grandi imprese, diversificano il portafoglio: i soldi vanno sempre a sinistra, ma la sinistra si è moltiplicata (e divisa). E i soldi restano gli stessi, a volta calano pure. Quindi comincia la lotta per i finanziamenti prima gestiti dal pci. Adesso, chi tra i politici di sinistra li vuole, se li deve cercare e battersi per averli.
Terzo punto.
Abbiamo un uomo politico che parte da Sassari, dove è responsabile di un centro di sviluppo per l'area mediterranea -e che riceve anche finanziamenti dall'UE e che fa convegni con il Rotary (strana scelta, per un centro di cooperazione lavorare insieme a una lobby opposta, non trovate? Ma pecunia non olet) - , insomma, parte da Sassari e si fa eleggere nella regione che vanta il più alto numero di cooperative per centimetro quadrato. Ci vivo in questa regione, e vi assicuro che ci sono più cooperative che zanzare. E che diventa ministro della giustizia. Se cercate su google "dilibreto + cooperative" trovate la bellezza di 864 (ottocentosessantaquattro) riscontri.
La maggior parte sono progetti di legge e leggi approvate sulle cooperative.
Non mi pare così scontata come occupazione per un ministro della giustizia.
Quarto punto.
Il mercato interno è asfittico, e non solo per le cooperative. L'Ue stanzia fondi per le imprese. Ma le imprese devono lavorare fuori dal paese. Nel nostro caso fuori dall'italia. Che combinazione! C'è un centro di ricerca, che guarda caso vede anche un politico eletto in una regione piena di cooperative che, essendo un centro di ricerca sa tutto sulle condizioni dei paesi del mediterraneo. Una breve interrogazione, un veloce consulto, e, conclusione ovvia, ma non per questo meno lucrosa, ci si focalizza su un paese intero da ricostruire, un paese completamente distrutto, invaso da anni da una potenza straniera, che non ha una casa in piedi, che non ha infrastrutture, che dopo anni di guerra civile e di invasione non ha nemmeno i quadri tecnici, le maestranze, le risorse per rimettersi in piedi. No, non è l'irak, è il libano. Ma in libano comanda la siria. E gli hezbollah. Tocca rimboccarsi le maniche per arrivare prima degli altri, il mercato conosce solo le ragioni di chi comanda, e di chi vince. Non è certo un caso che in italia il dittatore siriano, quella merda di assad, venga così spesso, omaggiato e riverito, ricevuto e benedetto. Tanto importante che repubblica gli dedica veline, dove viene dipinto come un uomo semplice e onesto capitato quasi per caso al vertice di una dittatura tra le più feroci in quell'area, che in fatto di dittature non si fa mancare nulla. i tg (tutti) fanno a gara con ampi servizi, e via discorrendo.
Quinto punto.
Quindi, abbiamo dilibertp che va si fa un bel viaggio. Allaccia rapporti, promette aiuti, e da un segnale ben preciso all'UE (che è quella che mette fuori i finanziamenti), non è che sdogana hezbollah, o almeno non solo. Manda una serie di segnali precisi. Dice all'ue (che paga) che hezbollah è affidabile, che tradotto vuol dire che gli eventuali investimenti non sarebbero in pericolo, dice a hezbollah che arriveranno i soldi, e si accredita come uomo di riferimento in quell'area. Sarebbe interessante sapere chi è andato con lui, chi è stato presentato ai referenti libanesi e siriani, chi ha chiacchierato con chi, nei dopocena in cui gli uomini politici da sempre discretamente si dileguano, come mezzane che hanno esaurito il loro compito. Come fanno, e come sempre hanno fatto, gli andreotti, i bush, i blair. Sarebbe interessante vedere, nei prossimi mesi, chi si aggiudica gli appalti e i finanziamenti dell'UE, quali ong e quali persone partiranno per il libano e la siria, e su quali progetti.
Conclusioni.
Cosa pensiamo di un uomo politico che tratta con una dittatura, che legittima un movimento armato che uccide civili? Se siamo buoni e puri e anche un po' ingenui, pensiamo che lo fa per ragioni politiche, e lo ammiriamo o lo insultiamo a seconda delle nostre convinzioni, per quanto ammirare uno così non è proprio etico, diciamolo. Ma cosa pensiamo di un uomo politico che si muove sotto pressione di interessi economici, che in un paese in guerra vede solo l'occasione di realizzare interessi di grandi imprese, creandosi nel frattempo un bacino di consenso attraverso la distribuzione di soldi pubblici, e di commesse industriali? Che in virtù di questo dimentica attentati, legittima fondamentalismi, si inchina davanti a un movimento teocratico e alle esigenze di una dittatura? No, non sto parlando di bush, non sto parlando delle multinazionali usa, non sto parlando di un sistema di potere che si basa sullo sfruttamento.
chi ci crede e chi si batte ancora. Sto parlando di chi abbraccia razzisti, di chi sputa, in nome del denaro e del potere, sui morti, anche comunisti (non è che valgano più degli altri) e riesce a farlo accreditandosi pure come difensori dei deboli e degli sfortunati. Si, deboli sui mercati e sfortunati nei bilanci. Ma tranquilli compagni, c'è il libano, con le sue commesse e i suoi problemi. Alla prossima riunione dei consigli di amministrazione sapranno chi ringraziare.
Filosofia e vita

Poi la cosa ci prese un po' la mano, l'editore non riuscì a resistere alle nostre pressioni, noi non sapevamo bene in quale ginepraio ci stavamo cacciando; e come accade - a volte - quando non ti rendi conto che le cose sono più grandi di te, ci riesci. Stamattina ho saputo che è uscito l'ultimo volume, in due tomi.
Il manuale per il liceo si è trasformato in un'opera in cinque volumi, con più di seimila pagine, e dentro ci sono parti di alcuni dei più grandi filosofi contemporanei, come Paul Ricoeur per esempio.
Devo però ammettere che stamattina sono riuscita a dire solo una cosa: è finita!
08 giugno 2006
Ernst Cassirer
(Breslavia, 28 luglio del 1874 - Princeton, 13 aprile 1945)Cassirer nasce in una famiglia di commercianti ebrei, studia a Marburgo con Hermann Cohen e Paul Natorp. Nel 1906 diventa libero docente a Berlino e nel 1919 copre la cattedra all'Università di Amburgo; della stessa università diventa rettore nel 1929, non senza superare molte difficoltà di stampo antisemita. Nel 1933, all'avvento del nazismo, emigra in Inghilterra e insegna per due anni all'All Souls College di Oxford, per poi spostarsi all'Università di Göteborg, in Svezia. Nel 1941 è alla Yale University come visiting professor e ci resta fino al 1944, anno del trasferimento alla Columbia University di New York.
Così, per ricordarlo. Ci ho fatto la tesi di dottorato su Cassirer, per essere precisi sul rapporto mito/logos nella sua opera (e non solo). Ho un rapporto controverso con Cassirer, mi piace la persona, l'uomo e meno il suo pensiero; non sono d'accordo su quasi niente di quel che dice, e continuo a studiarlo.
C'è un aneddoto, ricordato dalla moglie nella biografia, che ai miei occhi è altamente significativo. La moglie ricorda, nell'esilio americano, di averlo visto arrivare in cucina con uno strofinaccio in mano; alla sua domanda sorpresa Cassirer risponde che è per asciugare i piatti, ha visto che gli uomini americani lo fanno.
Ecco, quest'uomo nato nell'Ottocento, uno dei giganti della sua epoca, che riesce a mettere d'accordo Kant ed Einstein. Questo tedesco, bianco e borghese, con tutte le misoginie dell'epoca, della cultura, del sesso, che fa un salto generazionale, culturale, di genere ed entra in cucina (era mai entrato in cucina nella sua casa altoborghese in Germania?) e si mette ad asciugare i piatti. E perché? Perché gli uomini fanno così.
E muore d'infarto aspettando l'autobus.
01 giugno 2006
George Steiner
Voglio però riportare qui almeno la conclusione:
"Due convinzioni ha dominato la mia vita intera. La prima: se la barbarie sopraggiunge non c'è nessun luogo, anche quello più caro, che non si possa abbandonare. Quando viene la barbarie, l'importante è partire. Si prende la valigia. Oggi, in Inghilterra, viene proposto nell'unione dei docenti universitari di boicottare Israele non pubblicando le ricerche degli studiosi israeliani, non invitandoli ai convegni. Io sono certo che Oxford e Cambridge rifiuteranno questa idiozia, ne sono assolutamente certo. Ma se per un miracolo di stupidità (esistono, i miracoli di stupidità) questa proposta fosse accettata, credetemi, dopo quarantrè anni nel mio college a Cambridge io partirei. Farei le valigie e direi arrivederci. Rimanere vorrebbe dire essere complice, essere implicato nella barbarie.
La seconda convinzione viene dall'insegnamento di un maestro del Chassidismo, l'imparagonabile Baal Shem: "La verità è sempre in esilio". Meravigliosa parola, immensamente ebraica ma anche universale. "La verità è sempre in esilio"... Appena entrato in porto, Ulisse issò nuovamente le vele per un nuovo viaggio. Povera Penelope. Ma quando io ritorno a Bologna, Alma Mater Studiorum, nobile tra le università, ho la sensazione felice e pericolosa di essere accolto nella mia casa. Grazie di tutto il cuore."
una breve presentazione di George Steiner







