08 maggio 2008

La recensione che avrei voluto scrivere

La recensione che avrei voluto scrivere l'ha scritta invece Annalena Benigni sul Foglio.
La trovate qui, però mi piace così tanto che ve la ripropongo per intero. Buona lettura.

“L’uomo che non credeva in Dio” è felice di essere nonno anche se Spinoza non dice nulla al riguardo

Bisogna farsi coraggio e comprare questo libro, pur non essendone degni. Rilassarsi pensando a quanto tempo di posa sarà costata la foto di copertina, con tutte le rughe perfette sulla fronte e l’aria grandiosa da busto del Pincio. Poi leggere tutto “L’uomo che non credeva in Dio” di Eugenio Scalfari (ricordandosi però a ogni pagina di non esserne degni) e provare infinita gratitudine per ogni particolare davvero autobiografico, privato, per ogni pezzetto di vita sottratta alla gabbia dell’Io: Eugenio Scalfari che lavora all’uncinetto facendo le maglie per due bamboline con la testa di ceramica, Eugenio Scalfari che piange disperato perché un compagno di scuola gli ha gettato dalla finestra tutti i giocattoli, ma lui è buono e lo perdona, Eugenio Scalfari che porta in spiaggia la sera le ragazze (dopo la parentesi bordello, un classico di cui quelli della sua età vanno sempre fieri), Eugenio Scalfari che vive simultaneamente due diversi approdi sentimentali (“mai come allora ho invidiato il dono dell’ubiquità”), fino a Scalfari nonno contento che cede all’orgoglio volgare della consanguineità (“per chi la pensa come penso io è un errore grave”, ma il suo “es”, scrive, gli ha mandato quel segnale e lui ha dovuto tradurlo in parole semplici: è magnifico che si possa diventare nonni, anche se Spinoza non ha scritto nulla a riguardo).
Il libro di Scalfari è molto di più, ovviamente, è un’autobiografia esistenziale e filosofica (tenere a mente l’indegnità anche estetica di accostarcisi, rende più intensa la lettura), ed è soprattutto un lungo magnifico salto negli anni del liceo: ci sono tutti i filosofi studiati a scuola, tutti, e ognuno è citato con le stesse frasi che ci si scriveva sul banco per cavarsela alle interrogazioni senza aver studiato. Eugenio Scalfari, venerato maestro che eccezionalmente è riuscito a non cadere mai nell’altra classica categoria del Novecento, solito stronzo, regala democraticamente anche agli indegni un’immedesimazione. Lui studiava sul Lamanna, io sottolineavo l’Abbagnano, ma la res cogitans e la res extensa sono state uguali per tutti, come la ragion pratica e la ragion pura e il Discorso di Cartesio e “Fatti non foste a viver come bruti”. E Rousseau e i Sepolcri di Foscolo, fino a quella frase di Nietzsche che ritorna molto spesso ne “L’uomo che non credeva in Dio” e stava sui diari e sugli zaini di tutte le femmine perché rimandava a cose rimorchianti di maschi fumatori e ripetenti. Infatti è anche una maglietta Feltrinelli: “Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”.
La vita pensata di Scalfari, insomma, si fa meno irraggiungibile, più giovanile (anche se lui era in classe con Italo Calvino e chissà se lo faceva copiare o copriva il foglio con la mano), poi il libro pesa meno del manuale di filosofia, è più fico da vedere (merito della foto) e, tenuto disinvoltamente aperto sul banco, garantisce il sei e mezzo all’interrogazione.


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