30 luglio 2006

Bernard-Henry Lévy

Due articoli apparsi sul Corriere della Sera. Da leggere.

La guerra vista da Israele / 1
Come in Spagna nel '36
Israele era entrato nel Libano meridionale nel 1978 per contrastare e neutralizzare le milizie palestinesi che ne minacciavano la sicurezza. Il contesto era quello della feroce guerra civile che dilaniava il Libano. Le truppe hanno lasciato il Sud del Paese nel 2000, su iniziativa dell'allora premier laburista, ed ex militare, Ehud Barak.

Oggi, 17 luglio, è l'anniversario dello scoppio della guerra di Spagna. Sono passati settant'anni dal putsch dei generali che diede l'avvio alla guerra civile, ideologica e internazionale voluta dal fascismo dell'epoca. E non posso non pensarci, non posso non fare l'accostamento mentre atterro a Tel Aviv. La Siria dietro le quinte... L'Iran di Ahmadinejad pronto all'azione. L'Hezbollah di cui tutti sanno che è un piccolo Iran, o un piccolo tiranno, che non ha esitato a prendere in ostaggio il Libano. E come sfondo, il fascismo con il volto dell'integralismo islamico, quel terzo fascismo che, come tutto indica, sta alla nostra generazione come l'altro fascismo, poi il totalitarismo comunista, stavano a quella dei nostri padri.

Fin dal mio arrivo, fin dai primi contatti con i vecchi amici che dal 1967 non avevo mai visto così tesi né così ansiosi, fin dalla mia prima conversazione con Denis Charbit, militante nel campo della pace, il quale non dubita della legittimità di questa guerra di autodifesa imposta al suo Paese, fin dal primo incontro con Tzipi Livni — la giovane e brillante ministro degli Esteri che tanto contribuì a convincere Ariel Sharon a evacuare Gaza e che ora trovo stranamente disorientata davanti a una geopolitica nuova e sotto molti aspetti indecifrabile per intelletti formati sulle categorie standard del conflitto «arabo-israeliano» tradizionale — sento che nella storia delle guerre d'Israele c'è in gioco qualcosa d'inedito. Come se, appunto, non fossimo più molto sicuri di essere limitati all'ambito d'Israele. Come se il contesto internazionale, il ruolo, ancora una volta, dell'Iran e del suo braccio armato Hezbollah dessero a tutta la faccenda un profumo e prospettive inediti.

Prima di salire verso il fronte nord, ci dirigiamo subito verso Sderot, la città martire di Sderot, alla frontiera di Gaza in guerra con gli alleati Hamas di Hezbollah... Eh sì, la città martire! Le informazioni che giungono dal Libano sono così terribili, l'idea stessa delle vittime civili libanesi è così insopportabile per la coscienza e il cuore, le inquadrature, le immagini del Sud di Beirut bombardata, passate e ripassate di continuo, sono diventate così perfettamente sistematiche che è difficile immaginare, lo so, che anche una città israeliana possa essere una città martire. Eppure... Le strade vuote... Le case sventrate o crivellate da schegge di granate... La montagna di razzi esplosi depositati nel cortile del commissariato centrale, che sono caduti nelle ultime settimane... Oggi, la pioggia di altre granate che si è abbattuta sul centro della città, obbligando le poche persone che avevano l'intenzione di approfittare della brezza estiva a ridiscendere nelle cantine... Poi, religiosamente appuntate su un pannello di tessuto nero nell'ufficio del sindaco, Eli Moyal, le foto di quindici giovani, alcuni bambini, morti negli ultimi tempi sotto il fuoco degli artificieri palestinesi...

Tutto questo non cancella evidentemente il resto. E non sarò certo io a prestarmi al piccolo, sporco gioco della contabilità dei cadaveri. Ma perché ciò che si deve agli uni non sarebbe dovuto agli altri? Come mai si parla tanto poco, in fin dei conti, delle vittime ebree cadute dopo che Israele ha lasciato Gaza? Per me che ho passato la vita a lottare contro l'idea che esisterebbero morti buoni e morti cattivi, vittime sospette e granate privilegiate, per me che, oltretutto, da sempre combatto affinché lo Stato ebraico lasci i territori occupati per ottenere, in cambio, la sicurezza e la pace, c'è una questione di probità e di equità nel giudizio: la devastazione, la morte, la vita nei rifugi, le esistenze spezzate dalla scomparsa di un figlio fanno parte anche del destino di Israele.

Haifa. La mia città preferita in Israele. La grande città cosmopolita dove ebrei e arabi coabitano fin dalla fondazione del Paese. Anch'essa è una città morta. Una città fantasma. E pure qui, dalle alture alberate del Monte Carmel fino al mare, ecco l'urlo delle sirene che, a intervalli quasi regolari, obbliga le rare automobili a fermarsi, gli ultimi passanti a precipitarsi nelle metropolitane e che, soprattutto, rende improvvisamente palpabile l'incubo degli israeliani da quarant' anni. Infatti il problema, mi dice in sostanza Zivit Seri, l'esile, graziosa madre di famiglia i cui modi un po' goffi e l'aria indifesa mi commuovono come mi commuovevano una volta i corpi di Sarajevo, il problema, mi spiega guidandomi fra gli edifici distrutti di Bat Galim, letteralmente «la figlia delle onde», che è il quartiere della città ad aver maggiormente sofferto per i bombardamenti, il problema, dunque, non sono soltanto le persone uccise: Israele vi è abituata. E nemmeno il fatto che qui non si prendono di mira obiettivi militari, ma obiettivi deliberatamente civili: anche questo lo sapevamo. No, il problema, quello vero, è che i bombardamenti fanno intuire quello che accadrà un giorno, non necessariamente molto lontano, dove le stesse testate di missili avranno un doppio potere: primo, di mirare ancora più giusto e di colpire, per esempio, le installazioni petrolchimiche che vedete laggiù, sul porto; secondo, d'essere equipaggiate esse stesse di armi chimiche capaci di seminare una desolazione al cui confronto Chernobyl e l'11 settembre messi insieme appariranno come un piacevole preludio...

Perché in effetti è questa la situazione. Sono questi, visti da Haifa, i rischi dell'operazione in corso. Israele non è entrato in guerra perché gli avevano «violato» le sue frontiere. Non ha lanciato i suoi aerei sul Sud del Libano per il solo piacere di «punire» un Paese che ha consentito a una milizia armata di costruire il suo Stato nello Stato. Ha reagito con tale vigore perché la simultaneità degli attacchi sulle sue città e delle dichiarazioni del presidente iraniano che invocano la cancellazione di Israele dalla carta geografica, e la congiunzione, per la prima volta in un'unica mano, di una volontà chiaramente annientatrice e delle armi che essa richiede, creavano una situazione nuova. Bisogna ascoltare gli israeliani quando ci dicono che non avevano più scelta. E bisogna ascoltare Zivit Seri quando spiega, davanti a un edificio sconquassato da una granata, con lastre di cemento che penzolano da pezzi di ferro ritorti, che era mezzanotte meno cinque, in Israele.

Bisogna ascoltare anche la tristezza di Sheikh Mohammed Charif Ouda, il capo della piccola comunità hamadi la cui famiglia vive qui da sei generazioni, che mi riceve a casa sua, sulla parte alta del quartiere di Khababir, con indosso un shalwar kamiz e un turbante secondo la moda pachistana. Il grande errore di Hezbollah, per lui come per tutti i cittadini della città, è di colpire indiscriminatamente. Di uccidere alla cieca, ebrei e arabi mescolati, come nel massacro alla stazione centrale di Hai
fa, che ha fatto otto morti e venti feriti. Di far regnare un clima di terrore, dunque di continua inquietudine che, facendo le debite proporzioni, mi ricorda come gli abitanti di Sarajevo speculavano all'infinito sul fatto che era bastato un pelo, un caso, un cambiamento di programma all'ultimo minuto, un appuntamento che si prolunga, o più breve del previsto, o miracolosamente spostato in un altro luogo, ed ecco che si trovavano nel punto d'impatto del razzo! L'errore, dunque, è questo. Ma è anche, insiste, nel grande salto indietro che Hezbollah impone a tutto il Medio Oriente rimuovendo di nuovo, come sta facendo, la questione palestinese...

Infatti Charif Ouda ha ragione. Per quanto indifferenti fossero alla sorte degli abitanti di Gaza e Ramallah, almeno i dirigenti arabi tradizionali sapevano ancora fingere. Mentre Nasrallah non si preoccupa nemmeno di questo. La sofferenza e i diritti dei palestinesi ormai non sono, nella sua geopolitica intima, un litigio né un alibi. Basta leggere le sue dichiarazioni e la Carta del suo movimento, basta ascoltare i comunicati assassini passati al canale tv Al-Manar per vedere che, pur sognando una Umma riconciliata di cui l'Iran sarebbe la base, la Siria il braccio armato e Hezbollah la punta avanzata, non ha strettamente più niente a che fare di quella sopravvivenza di epoche passate che è il nazionalismo arabo in generale e palestinese in particolare. Resta il nudo odio. La guerra senza scopo di guerra. Restano tre questioni in sospeso della Jihad in versione persiana della quale la guerra attuale ha appena, in qualche modo, dato l'avvio: Israele, il Libano e, dunque, la Palestina.

Ancora razzi. Ho lasciato Haifa per San Giovanni d'Acri, poi, lungo la frontiera libanese, per una successione di villaggi, kibbuz e altri moshavs che vivono, da dieci giorni, sotto un vero e proprio diluvio di fuoco, per non dire un temporale d'acciaio che cade, oggi, su questi paesaggi biblici dell'Alta Galilea. «Non ho mai saputo bene cosa bisognasse fare in questi casi», mi dice sforzandosi di sorridere il colonnello Olivier Rafovitch mentre ci avviciniamo a Avivim e il fracasso delle esplosioni sembra farsi più vicino. «Si tende ad accelerare, non è vero? A dirsi che l'unica cosa da fare è allontanarsi al più presto da quest'inferno... Ma è da idioti, a pensarci bene. Infatti, chi sa se non è proprio accelerando che si va incontro a...?».
Fatto sta che, comunque, ci affrettiamo. Attraversiamo di corsa un villaggio druso deserto. Poi un grosso borgo agricolo di cui non ho il tempo di annotare il nome — forse Sasa — e che è stato evacuato. Poi una zona completamente scoperta dove un katiuscia ha appena sfondato la strada. E' pazzesco vedere i danni, visti da vicino, che questi ordigni creano. Ed è pazzesco il baccano che possono fare quando ce ne stiamo zitti a spiare il rumore della loro traiettoria che si mescola a quello dell'automobile: colpo sordo e senza fumo del razzo caduto in lontananza; detonazione stridente, esasperata, quando passa sopra le teste; vibrazione lunga, come una nota grave, quando scoppia vicino e fa tremare tutto attorno a voi...

Forse, del resto, non bisognerebbe più dire roquette, razzo. In inglese non so. Ma in francese, o piuttosto in «franglese», c'è nella parola qualcosa che, come nulla fosse, riduce l'oggetto e implica una visione non del tutto attendibile, menzognera, di questa guerra. Si dice insalata di roquette, rughetta, in italiano... O croquette per i cani, crocchette... O roquet, botolo, piccolo cane più rumoroso che cattivo, che vi mordicchia i polpacci e avrebbe, di fronte a lui, il cattivo molosso israeliano... Allora, perché non dire granata, obus? O missile? Perché non rendere, utilizzando la parola giusta, tutta la sua dimensione di violenza barbara a questa guerra voluta dagli Iranosauri di Hezbollah e da loro soltanto? Politica dei termini. Geopolitica della metafora. La semantica, in questa regione, è più che mai una faccenda di morale.

Gli israeliani non sono dei santi. Ed è evidente che sono capaci, in una situazione di guerra, di operazioni, manipolazioni, dinieghi machiavellici. Eppure, un segno indica che questa guerra qui non l'hanno voluta ed è caduta loro addosso come una cattiva sorte. Questo segno è la scelta, al posto di ministro della Difesa, dell'ex militante di La Paix Maintenant, «Pace adesso», che da sempre ha aderito alla causa della spartizione della terra con i palestinesi, dirigente della centrale sindacale Histadrouth e assai meglio preparato, in linea di principio, a fare scioperi che a fare la guerra: è Amir Peretz. «Stanotte non ho dormito», comincia, pallidissimo, gli occhi arrossati, nel piccolo ufficio dove ci riceve, insieme con l'editorialista di Haaretz, Daniel Ben Simon; ufficio che non è nel Ministero ma nella sede del Partito laburista. «Non ho dormito perché ho passato la notte ad aspettare notizie di un'unità di nostri ragazzi caduti, ieri pomeriggio, in un'imboscata, nel settore libanese...». Poi, dopo che un giovane aiutante, pure lui dall' aspetto di militante sindacale, gli ebbe teso e poi ripreso un telefono da campo da cui il ministro aveva ascoltato, senza una parola, gli occhi bassi, gli spessi baffi tremolanti per un'emozione mal controllata, le notizie che aspettava: «Non diffondete subito, per favore, perché le famiglie non sono al corrente; ma tre di loro sono morti e non sappiamo nulla del quarto, è terribile...».

In quarant'anni, sono parecchi i ministri della Difesa di Israele che ho conosciuto. Da Moshe Dayan a Shimon Peres, Itzak Rabin, Ariel Sharon e altri ancora, ho visto succedersi eroi, semieroi, strateghi geniali e di talento e persone abili. Quello che non avevo mai visto è un ministro, non certo così umano (che la vita di un qualsiasi soldato abbia un prezzo inestimabile è una costante nella storia del Paese), né così civile (neanche Shimon Peres, dopotutto, aveva un vero passato militare), ma così poco formato, in compenso, a comandare un esercito in tempi di guerra (la sua prima decisione, fatto unico negli annali, non fu forse di amputare del 5% il budget del proprio ministero?), quello che non avevo mai visto è un ministro della Difesa che corrisponde così esattamente alle famose parole di Malraux sui comandanti del miracolo che «fanno la guerra senza amarla» e che, proprio per questa ragione, «finiscono sempre per vincerla». Amir Peretz, come i personaggi di André Malraux, vincerà. Ma il fatto che sia stato nominato indica che Israele, dopo i ritiri dal Libano e da Gaza, pensava di entrare in una nuova era, dove occorreva preparare la pace, non la guerra...
( Traduzione di Daniela Maggioni)
(1- Continua)

La guerra vista da Israele / 2
Contro le falangi del male
La guerra di Israele contro Hezbollah come la guerra di Spagna. Nel 1936, è la tesi espressa da Lévy nella prima parte del reportage, i fascismi si coalizzarono a sostegno di Franco e delle sue «falangi» inducendo le democrazie e il comunismo a unirsi per contrastarli. La guerra di Spagna prefigurò così la Seconda guerra mondiale. I fascismi di allora hanno un parallelo nel «fascismo islamico» espresso dall'Iran del presidente Ahmadinejad e dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah.
Incontro l'ex generale Ephraim Sneh, laburista e sostenitore, non meno del ministro della Difesa Amir Peretz di cui oggi è il vice, di una pace negoziata con i palestinesi, in un luogo detto Coah Junction, letteralmente Crocevia della Forza, che agli occhi dei cabalisti è uno dei posti in cui, giunto il momento, deve manifestarsi e passare il Messia... In gioventù, Sneh è stato ufficiale medico presso i paracadutisti, comandante di un'unità di élite di Tsahal (l'esercito israeliano, ndr), poi, dal 1981, responsabile della Zona di Sicurezza d'Israele nel Sud del Libano. Ha lo stesso fisico del tranquillo padre di famiglia, cordiale e al tempo stesso burbero, che hanno i generali di riserva d'Israele quando riprendono servizio: nella circostanza, una sorta di missione di controllo per la Commissione di Difesa della Knesset. Perché quest'appuntamento? Perché mi ha convocato proprio lì? In un paesaggio di pietre, reso incandescente dal sole, dove non vedo, a parte noi due, anima viva? Vuole mostrarmi qualcosa? Spiegarmi un dettaglio di strategia che non poteva apparirmi se non da qui? Mi porterà ad Avivim che è, un chilometro più a nord, il nodo della battaglia in corso? Vuole parlare di politica? Mi parlerà, come Peretz, come la Livni, come quasi tutti, dello scoraggiamento d'Israele davanti alla scarsa ambizione di una Francia che avrebbe un così grande ruolo in Libano e in Siria; che potrebbe, se lo volesse, rimettere in piedi il Paese dei Cedri imponendo, veramente, che fosse applicata la risoluzione 1559; e che preferisce, purtroppo, limitarsi all'apertura di corridoi umanitari? Sì, mi dice questo.

En passant. Però ben presto mi accorgo che, se mi ha fatto venire fin qui, è per parlarmi di una faccenda che lo appassiona, che non ha niente a che vedere con questa guerra: altro non è che il rapimento, la prigionia, la decapitazione di Daniel Pearl... Una conversazione su Danny Pearl a un tiro di schioppo da un campo di battaglia... Un ufficiale letterato il quale decide che nulla è più urgente se non discutere, con le nostre automobili immobilizzate in una fornace e in mezzo ai sassi, della Jihad, dell'Islam dei Lumi, dell'impasse della teoria di Huntington sullo scontro delle civiltà, di Karachi e delle sue moschee terroriste... Nemmeno questo avevo mai visto. C'è voluta una spedizione sulle prime linee di una guerra dove Israele e il mondo sono più che mai legati per concepirne l'idea.

Al tempo stesso... C'è da credere che talvolta la Storia abbia meno immaginazione di quanto si vorrebbe e che i vecchi generali non hanno poi riflessi tanto cattivi. Il fatto è che, a pochi chilometri più a sud, nel villaggio di Mitzpe Hila, vicino a Maalot, le circostanze mi offrono una sconvolgente reminiscenza dell'affaire Pearl. Mi trovo nella casa dei genitori del soldato Gilad Shalit, la cui cattura da parte di Hamas, il 25 giugno scorso, fu una della cause occasionali di questa guerra. Mi interrogo sull'ironia della Storia che ha fatto sì che un giovane, senza qualità particolari e senza importanza per la collettività, si sia trovato a scatenare questo enorme evento. Siamo lì, al sole, sul prato dove Gilad giocava da bambino e dove sentiamo cadere, vicinissimi, i katiuscia, ai quali gli Shalit, solo loro, sembrano non prestare più attenzione. Siamo seduti attorno a un tavolo da giardino a discutere sulle ultime notizie portate dall'inviato delle Nazioni Unite, giunto qui poco prima di me, e intanto penso che, se questa guerra dovesse durare, se l'effetto- Iran dovesse imprimerle una portata e un'estensione nuove, quel modesto caporale sarà il Francesco Ferdinando di una Sarajevo che si chiamerà Kerem Shalom...

Ma che succede? E' forse l'espressione di Aviva, la madre, quando le chiedo cosa sa delle condizioni di prigionia del suo ragazzo? Quella di Noam, il padre, quando comincia a spiegarmi, con un povero barlume di speranza negli occhi, che suo figlio è francese da parte di una delle nonne, Jacqueline, nata a Marsiglia, e spera quindi che il mio governo unirà i propri sforzi a quelli di Israele? E' forse il dibattito, che indovino nel suo intimo, fra il padre pronto a qualsiasi compromesso per ritrovare l'adorato figlio e l'ex soldato di Tsahal che non cede al ricatto dei terroristi? E' la visita della camera del caporale quand'era piccolo? E' tutta la casa così somigliante, improvvisamente, a quella di Danny Pearl, a Encino, in California? Fatto sta che mi sento invaso da una sensazione di déjà vu e che, sui volti di Aviva e Noam si sovrappongono in me quelli di Ruth e Judea Pearl, i miei amici, il padre e la madre coraggiosi di un altro giovane, simile a questo, rapito da quei folli di Dio il cui programma ideologico non era molto diverso da quello di Hamas.

Risalire verso Avivim. Poi, da Avivim fino a Manara, tenuta dagli israeliani, dove hanno installato, in un circo di duecento metri di diametro, un campo di artiglieria con due cannoni montati su cingolati che bombardano, dall'altra parte della frontiera, gli arsenali, il comando e i lanciarazzi di Maroun al-Ras. Tre cose qui mi colpiscono. L'estrema giovinezza degli artiglieri: vent'anni; forse diciotto; la loro aria stupefatta quando parte il colpo, come se ogni volta fosse la prima; i loro scherzi da ragazzi quando l'amico non ha avuto il tempo di otturarsi le orecchie e la detonazione lo stordisce; poi, al tempo stesso, il lato grave, compreso, di chi si sa agli avamposti di un dramma immenso, e che lo sconcerta. L'aspetto indolente, stavo per dire trasandato, e l'aria sfaccendata di una piccola compagnia che mi ricorda irresistibilmente il gioioso caos dei battaglioni di giovani repubblicani descritti, ancora una volta, da André Malraux: un esercito più simpatico che marziale; più democratico che sicuro di sé e dominatore; un esercito che qui, in questo caso, mi pare agli antipodi dei battaglioni di bruti, o di Terminators senza principi né pietà, che tanto spesso hanno descritto i grandi mass media europei.

Poi quello strano veicolo, esteriormente simile a due cannoni autotrasportati, ma posteggiato in disparte e che non spara: questo terzo veicolo è una sala macchine mobile, dove si entra, come in un sommergibile, da una torretta e una scala esterna; dentro vi sono sei uomini, certi giorni sette, che si danno da fare attorno a una batteria di radar, computer e altri apparecchi di trasmissione il cui ruolo è di raccogliere informazioni per poi determinare i parametri di tiro da trasmettere agli obici; la verità è che all'origine del fuoco israeliano c'è un vero e proprio laboratorio di guerra dove soldati-scienziati, col naso incollato agli schermi, tentando d'integrare i dati più imponderabili che arrivano dal campo, sviluppano un'intelligenza ottimale per calcolare la distanza del bersaglio, la sua rapidità di spostamento e, last but not least,
il grado di prossimità di civili: almeno qui, ne sono testimone, l'obiettivo prioritario è di evitarli.

Con David Grossman c'incontriamo in un ristorante all'aperto di Abu Gosh, davanti ai monti di Gerusalemme, che mi sembra un Eden dopo l'inferno degli ultimi giorni: sole sfolgorante, rumore d'insetti che non è più quello degli aerei né dei cingolati dei carri armati, un soffio di spensieratezza, un venticello leggero.... Parliamo del suo ultimo libro che è una rilettura del «mito di Sansone». Di suo figlio, appena arruolato in un'unità di carristi e per il quale sento che trema. Commentiamo una statistica che ha letto e lo preoccupa: secondo l'articolo, quasi un terzo di giovani israeliani avrebbero perso la fiducia nel sionismo e ricorrerebbero a certe astuzie per farsi esentare dal servizio militare. Poi naturalmente discutiamo della guerra, e del grandissimo malessere in cui, come gli altri intellettuali progressisti del Paese, sembra averlo fatto sprofondare... Da un lato, mi spiega Grossman, c'è la vastità delle distruzioni, il rischio dell'avvampare di una guerra civile in Libano; c'è l'errore di essersi imposti un traguardo così arduo (distruggere Hezbollah, rendere le loro infrastrutture e l'esercito innocui...) che persino una mezza vittoria rischia, giunto il momento, di avere il profumo di una sconfitta. Ma, dall'altro, c'è l'attacco sorpresa di Hezbollah contro un Paese, Israele, che si era successivamente ritirato dal Libano e poi da Gaza; c'è il diritto d'Israele, come di qualunque altro Stato del mondo, a non rimanere con le mani in mano di fronte a un'aggressione così folle, immotivata, gratuita; c'è il fatto, insiste, che il Libano è il Paese d'accoglienza di Hezbollah, il suo alleato; un Paese, al tempo stesso, al cui governo Hezbollah partecipa pienamente. Dall'altro lato, dunque, c'è il fatto che la risposta israeliana non poteva esser portata se non sul suolo libanese...

Osservo David Grossman. Scruto il suo bel volto di ex bambino prodigio della letteratura israeliana invecchiato troppo presto e divorato dalla malinconia. Non è soltanto uno dei grandi romanzieri israeliani odierni. E' anche, con Amos Oz, Avraham Yehoshua e qualcun altro, una delle coscienze morali del Paese. E credo che la sua testimonianza, la sua fermezza, il suo non cedere sulla giustezza della causa d'Israele dovrebbero convincere gli animi più perplessi.

Infine, Shimon Peres. Non volevo terminare questo viaggio senza andare, come ogni volta, ma stavolta più che mai, da Shimon Peres. E' Daniel Saada, un amico di altri tempi, membro fondatore di Sos Razzismo, stabilitosi in Israele e diventato anch'egli suo amico, a portarmi da lui. «Shimon», come tutti lo chiamano qui, ha 84 anni. Ma non ha perso nulla della sua prestanza. Né del suo magnifico aspetto di principe-abate del sionismo. Ha sempre lo stesso viso, grande fronte e grandi labbra, che sottolinea l'autorità melodiosa della voce. A momenti, ho persino l'impressione che abbia voluto incorporarsi una leggera amarezza nel sorriso, un bagliore nello sguardo, un portamento e, talvolta, di accentuare le parole che non erano proprie ma del suo vecchio rivale Yitzhak Rabin. «Tutto il problema — comincia — è il fallimento di quello che uno dei vostri grandi scrittori chiamava la strategia da stato maggiore. Nessuno, oggi, controlla più nessuno. Nessuno ha il potere di fermare né di dominare nessuno. Di modo che noi, Israele, non abbiamo mai avuto tanti amici come adesso; amici che però, nella nostra Storia, non sono mai stati così inutili. Salvo...».

Peres prega la figlia, una signora di una certa età che assiste alla conversazione, di andare, nell'ufficio vicino, a cercare due lettere di Abu Mazen e Bill Clinton. «Sì, salvo che voi li avete, gli uomini di buona volontà. I miei amici. Gli amici dei Lumi e della pace. Quelli che né il terrorismo né il nichilismo né il disfattismo porteranno mai a rinunciare. Noi abbiamo un progetto, sa... Sempre lo stesso progetto di prosperità, sviluppo condiviso, che finirà per trionfare... Ascolti...». Shimon ha fatto un sogno. Shimon è un giovane uomo di 84 anni il cui invincibile sogno dura, in effetti, da trent'anni e la presente impasse, lungi dallo scoraggiarlo, sembra misteriosamente stimolarlo. L'ascolto, dunque. Ascolto questo Saggio d'Israele spiegarmi che occorre simultaneamente «vincere questa guerra imposta», squalificare il «quartetto del male» costituito da Iran, Siria, Hamas e Hezbollah e aprire «vie di parola e di dialogo» che, un giorno o l'altro, finiranno pur per portare da qualche parte. Ascoltandolo, riudendo queste profezie vecchie ma che oggi, non so perché, mi sembrano avere un coefficiente nuovo di evidenza e di forza, mi metto a immaginare pure io la gloria di uno Stato ebraico che osasse, nello stesso tempo, quasi lo stesso gesto, dire e soprattutto fare le due cose: agli uni, ahimè, la guerra; agli altri, una dichiarazione di pace che, all'improvviso, non lascerebbe più scelta.

(traduzione di Daniela Maggioni)


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