30 dicembre 2008

Guerra ed etica

Tra filosofia morale ed etica passano una serie di differenze che sarebbe lungo e inutile elencare, anche perché il termine "etica" sta assumendo significati che prima non aveva. Uno di questi è quello che, in qualche modo, ne sottolinea l'aspetto "pratico". Ecco così le etiche pratiche: etica della comunicazione, etica della scienza, etica dell'economia, e via discorrendo.
Così, nelle lezioni di etica dell'economia spesso una parte del lavoro didattico consiste nel rendere consapevoli gli studenti del loro percorso etico e della morale che sottende le loro etiche pratiche (o il giudizio etico delle azioni). Capita quindi di porre domande quasi banali, alla ricerca di quel filo che possa, in qualche modo, farli riflettere sulla genesi filosofica e culturale delle loro scelte. Trattandosi di studenti del tutto digiuni di filosofia (nel migliore dei casi hanno qualche vaga rimembranza liceale) è spesso compito difficile, per quanto entusiasmante.
E se nella stragrande maggioranza ritengono eticamente inaccettabile (al di là del reato) rapinare una banca armi in pugno (a parte qualche inconsapevole brechtiano) nondimeno hanno pochi dubbi nell'affermare che difendere la propria casa violata da qualche ladruncolo è azione che può e deve (sic!) contemplare anche l'omicidio. La riflessione parte da qui, dal convincimento pressochè generale che rubare soldi altrui sia riprovevole, ammazzare per salvare i propri no. Messi a confronto con il valore immediato, cominciano - vivaddio - i primi dubbi; uccidere per rubare cinquemila euro no, e uccidere per difendere cinquemila euro però nemmeno; i dubbi persistono quando si sale con la cifra. Arrivati a un milione di euro qualcuno comincia a cedere, e esprime la possibilità di essere in grado di compiere un'azione estrema per impadronirsene o per difenderlo. Ma non se si tratta di un amico, o di un familiare, o del familiare di un amico. Insomma, non si uccide chi si conosce, almeno non per interesse. Da qui un altro passo: quando diviene necessario uccidere? La prima risposta è sempre: quando è necessario salvare la nostra vita. Ma qui è imperativo ricominciare i distinguo; la necessarietà deve essere obiettiva, ovvero deve essere riconosciuta. E' necessario - per salvare la nostra vita - uccidere chi ci naccia verbalmente di morte? O chi da lontano fa roteare un bastone? La risposta prevalente è - vivaddio - no. E allora quando? quando l'altrui intenzione diviene azione priva di equivoco interpretativo. Quando, dopo la dichiarazione verbale, l'altrui gesto è evidente, chiaro e distinto (per usare termini cartesiani).
Non esiste, a mio modo di vedere etica della guerra; e con questa dichiarazione mi rendo conto di sollevare non poche obiezioni. Ma devo ammettere che, nella barbarie della guerra, i distinguo tra diciottenne in divisa - lecitamente ammazzabile - e diciottenne senza divisa, inerme civile che deve essere preservato ad ogni costo pena l'esecrazione universale, mi paiono - laddove non tragicamente ridicoli - eticamente inaccettabili. L'idea che si possa concepire un distinguo tra uccisione auspicabile e lecita e uccisione deprecabile e illecita mi pare faccia parte di mascheramento (in termini nicciani) del reale che deve essere genealogicamente svelato.
Non c'è, a mio modo di vedere, etica nella decisione di entrare in guerra. Perchè l'etica si dà solo quando esiste alternativa, quando possiamo scegliere cosa fare, e di questa scelta assumiamo consapevolmente le responsabilità conseguenti. Scegliere di entrare in guerra, scatenare una guerra, è immorale.
La guerra, gli uomini etici e le loro nazioni, la subiscono sempre, anche quando la cominciano, perchè la guerra, così come la legittima difesa, è l'unica alternativa alla morte. E in questo caso, solo in questo caso, si rende necessaria. Necessaria in linguaggio filosofico, laddove "necessario" ha come significato "può essere solo così, e non in altro modo".
Questo fa cadere ogni ipocrita distinzione tra civili e combattenti. Quella ipocrita convinzione che porta molti a pensare che l'auspicio migliore possibile sia una guerra nella quale muoiono solo coloro che portano una divisa. E in questo caso allora sarebbe possibile ricorrere alla guerra per dirimere controversie su confini, petrolio, materie prima and so on.
Come se la morte di un diciottenne senza divisa fosse davvero il MALE.

22 commenti:

Riccardo ha detto...

Se mi posso permettere, le tue argomentazioni valgono come giudizio sulla guerra, non su cosa fa decidere della guerra, chi, con quali nemici, quali alleati, etc.
Insomma, non sono un filosofo, ma sottrarrei le determinanti principali della guerra dalla filosofia e le collocherei nella storia (certo che quando siamo nella cronaca la cosa è ancora più complicata...)

ipazia.dioniso at gmail.com ha detto...

riccardo, non direi. quello che sto dicendo è che unica motivazione accettabile per la guerra, anche perchè è una scelta obbligata e non un'opzione, è essere in pericolo di scomparsa.
tutto il resto - diciamo la storia e/o la cronaca,come dici tu - è accidentale.

Riccardo ha detto...

Io dico che, pur rimanendo nel tuo ambito di ragionamento, si tratta di come ci si sente, più che di come si è (in pericolo di scomparsa).
Se poi vogliamo riferirci a quello che succede in queste ore, Israele si sente in pericolo di scomparsa. Che lo sia davvero per me ha un'importanza davvero relativa. Invece, nessuno mette in dubbio l'esistenza della Palestina, dei palestinesi, di Hamas e via terroreggiando...

Palmiro Pangloss ha detto...

La distinzione tra chi porta le armi e chi no - la divisa ormai e' purtroppo desueta - e' invece necessaria ed auspicabile. Non si deve pero' essere cartesiani, non si devono ricercare distinzioni assolute bensi una tendenza. Con cio' intendo che la linea di condotta generale deve essere di non mirare deliberatamente a chi e' senza divisa. Cio' distingue gli uomini etici, ed i loro eserciti, dagli altri.

Ipazia Sognatrice ha detto...

Riccardo: Israele non è in pericolo di scomparire oggi più di quando è stato fondato. La popolazione della striscia di Gaza, in questi giorni, oggettivamente sì. E non tutti i morti portavano la 'divisa' del terrorista, a quanto sembra.

Credo che le guerre di sopravvivenza realmente disputate, oggettivamente degne di questo nome, nella storia dell'uomo, si possano contare sulle dita di una mano. La guerra, storicamente intesa, è un conflitto che si appoggia a dinamiche politiche, economiche, sociali, e raramente, se non per fini propagandistici, si appoggia a giustificazioni etiche.

Uriel ha detto...

Ci sarebbe un'obiezione a tutta questa logica, ovvero il caso in cui uccidi per difendere la vita altrui. Se applichiamo strettamente la tua argomentazione, il poliziotto non dovrebbe avere il diritto di uccidere, poiche' non e' mai a rischio di morire: basta che non ci si ficchi girandosi dall'altra parte.

Finche' sei molto vicina al duello, ed alla necessita' di un duello, allora quello che scrivi e' logico.

Perde molto di validita' quando in gioco ci sono beni astratti come la giustizia o la liberta', perde forza quando l'unico momento utile per evitare una minaccia precede la possibilita' che si realizzi materialmente. Possiamo aspettare che Hitler o Ahmadinejad si facciano le atomiche e poi tentare di rimediarvi, o possiamo attaccare prima, unico momento utile.

Non credo si possa sconnettere la guerra, come anche il duello, dalla propria utilita'. Ovvero dalla stima della sua utilita'. L'invasore che entra in casa mia non ha ancora messo in pericolo la mia vita, ma ha violato i miei diritti. La domanda e': posso uccidere per difendere un diritto? La vita e' un diritto, ma lo sono anche , che so io, l'integrita' fisica, la liberta' di parola, eccetera.

In generale, credo che la guerra debba essere fatta quando hai una stima di un possibile danno, che moltiplicato per le probabilita' che esso avvenga supera i costi (altrettanto stimati) della guerra stessa.


Uriel

Dottor Benway ha detto...

la distinzione ha valore entro un contesto di guerra, ma diviene immediatamente ipocrita se ci si interroga sul fondamento e la giustificazione della guerra: il corpo militare ha la funzione di offuscare, razionalizzandola, l'origine (in)civile della guerra: atto di violenza collettiva sublimato attraverso il riconoscimento indiretto e l'individualizzazione dell'esercito. e qui potremmo prendere ad esempio "full metal jacket".
quindi, penso di concordare con te.

farlocca farlocchissima ha detto...

ho riletto e concordo. per me uccidere non ha mai una giustificazione, neppure difensiva.
Questo non vuol dire che io stessa non ucciderei mai, so che è qualcosa di insito nella natura umana la violenza dell'uomo sull'uomo, però mi fa schifo lo stesso.

Palmiro Pangloss ha detto...

@Farlocca: La tua vita vale meno di quella di chi te la vuole togliere?

ipazia.dioniso at gmail.com ha detto...

farlocca: ti lascio discutere con palmiro :-))

ipaziasognatrice, tu scrivi:
" Israele non è in pericolo di scomparire oggi più di quando è stato fondato. La popolazione della striscia di Gaza, in questi giorni, oggettivamente sì."

la prima parte della tua affermazione la discuteremo dopo che avrai argomentato la seconda. Per la seconda, rimandiamo a quando avrai postato sul TUO blog i seguenti dati:
1. percentuale della mortalità infantile a gaza, negli usa e nel burkina faso;
2. durata media della vita nella striscia di gaza e in somalia;
3. percentuale delle morti violente nella striscia di gaza (comprensive delle uccisioni di palestinesi da parte di hamas) e percentuale delle morti violente nei campi profughi in sudan.
4. percentuale dei malati di aids nella striscia di gaza e in uganda.

ovviamente, farai la cortesia di postare questi dati nel TUO blog, perchè questo blog ha molti difetti, ma si picca di avere una particolamente adeguata lettura di realtà.

ipazia.dioniso at gmail.com ha detto...

dottor bentway, grazie :-)

ps. a proposito di talete e della servetta tracia, hai letto il testo di blumenberg?

Uriel ha detto...

Riccardo: Israele non è in pericolo di scomparire oggi più di quando è stato fondato. La popolazione della striscia di Gaza, in questi giorni, oggettivamente sì. E non tutti i morti portavano la 'divisa' del terrorista, a quanto sembra.
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Portavano la divisa delle teste di cazzo. Se sei chiuso in un secchio , con un nemico che ti spara da fuori e ti spara inche' vuole, l'ultima cosa che devi fare e' di alzare la voce e minacciarlo.

Sei chiuso in una striscietta, puoi solo correre avanti e indietro, quelli ti usano bombe guidate col laser, e tu che fai? Minacci rappresaglie. Dichiari che Israele sara' distrutta.

Fossero terroristi, ancora ancora, ci sarebbe da discutere.

Ma se sei una testa di cazzo, beh, una bomba sul cranio ci sta tutta, eh. Io non capisco per quale motivo tutta questa gente ha a cuore l'esistenza di mezzo milione di teste di cazzo. Io, piu' ne muoiono e meglio sto.


Uriel

farlocca farlocchissima ha detto...

cerco di articolare il pensiero, cosa complessa in questo pigro inizio di anno.
@palmiro: la domanda che mi fai me la pongono tutti quando affermo che uccidere non è giustificato. ora ho detto giustificato, non che non possa accadere. in vita mia in due situazioni ho capito che avrei potuto farlo. in una mi si aggrediva fisicamente e nell'altra si aggrediva mia nipote. in quelle due occasioni avrei potuto uccidere l'aggressore. è vero però che in entrambe ho trovato soluzioni diverse e meno estreme. la mia vita vale come quella di chiunque altro, se riesco a difenderla senza uccidere ne sono orgogliosa, se dovessi uccidere mi farei schifo. in certe cose tendo a generalizzare, quello che vale per me come individuo può valere per un insieme di individuo, la via alternativa alla morte è sempre giustificata e preferibile. se poi come stato mi coprono di missili (anche se non fanno vittime) alla fine reagisco come è naturale che sia, mi farei schifo lo stesso, riterrei la mia intelligenza collettiva limitata non essendo stato capace di trovare alternative meno violente valide.

ipazia.dioniso at gmail.com ha detto...

farlocca: che tu abbia trovato soluzioni alternative che hanno funzionato è cosa che mi riempie il cuore di gioia. Letizia d'animo a parte, però...

Palmiro Pangloss ha detto...

@Farlocca: Io non ho detto che se mi trovassi nellasituazione di dover (nota il verbo) uccidere ne uscirei indenne, anzi penso il cotrario. Ho detto che trovo giustificato - che non significa facile o piacevole o che non sia orrbile - uccidere se la propria esistenza e' messa in pericolo.

farlocca farlocchissima ha detto...

@palmiro: va bene, allora si tratta solo di decidere cosa intendiamo per giustificato. per me è una parola che contiene un senso di approvazione che io non riesco a dare all'atto di uccidere anche se capisco come e perchè possa accadere.

@ipazia: però in che senso? :-)

ipazia.dioniso at gmail.com ha detto...

farlocca: però tu sei qui a raccontarlo e tua nipote pure. il che mi fa pensare che non fosse una situazione a soluzione obbligata :-)

Palmiro Pangloss ha detto...

@Farlocca: in questo ambito "giustificato" significa eticamente ammissibile.

farlocca farlocchissima ha detto...

@ipazia: vero, nel primo caso mi ha detto un gran bene (pochi atti violenti e molto lavoro di gambe), nel secondo ancora più facile. Ma le situazioni in questione esemplificano solo ciò che ho provato, due eventi che mi hanno permesso di prendere coscienza di che livello di violenza fosse presente dentro di me, togliendomi definitivamente l'illusione di una natura umana fondamentalmente pacifica e/o "buona". Il riconoscere questo, il riconoscere la nostra capacità di violenza ed anche di sopruso sull'altro come individui, anche se dettata da ragioni di "necessità", forse ci permetterebbe di evitare, come cultura, determinate scelte.... va be' mi sa che questo è il pensierino utopico del mattino. buona giornata :-)

farlocca farlocchissima ha detto...

@palmiro: allora per me è "comprensibile" uccidere persino inevitabile a volta, ma non "eticamente giustificabile".

ipazia.dioniso at gmail.com ha detto...

farlocca: quindi hai avuto una scelta, uccidere o scappare. e giustamente sei scappata. *giustamente*. sottolineo.
ora, ho scritto un post intero per dire che laddove non c'è scelta non c'è etica. è anche, se vuoi, una considerazione abbastanza scontata, visto che ogni libro di filosofia morale/etica si apre con la frase che esiste etica laddove c'è libertà di scelta. se libertà di scelta non c'è cade anche il presupposto di poter operare eticamente.

Felipegonzales ha detto...

Ti ho assegnato il Premio Dardos, sul mio blog. Ciao