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19 febbraio 2007

blog (parte sesta)

Ci sono aspetti del pensiero mitico che siamo ormai abituati a vedere e che riconosciamo immediatamente quando li ritroviamo sul web, come per esempio la diffusione – quando non la nascita – di altrimenti inverosimili leggende metropolitane. Di questo aspetto parla rosalux nel suo articolo Il web, le leggende e la illuminante parabola di A. Toaff.

Sono però percepibili altri aspetti e altri risvolti; meno espliciti ma non per questo meno interessanti.

Uno di questi aspetti riguarda il paradigma spazio-temporale.

Per farla breve il pensiero mitico non vede alcuna contraddizione “logica” (in sintonia con parte del pensiero religioso monoteista) a pensare che un dio, o comunque un essere soprannaturale come una ninfa, possa contemporaneamente essere in più luoghi allo stesso tempo.

Allo stesso modo, nemmeno noi – oggi, nel pieno del pensiero tecnologico – abbiamo la minima difficoltà a pensare la stessa cosa, e la pensiamo di noi stessi non di qualche olimpica divinità.

Anche il tempo, esattamente come lo spazio, viene percepito diversamente e ci aspettiamo dagli accadimenti virtuali una risposta che non ha eguali nel mondo “reale”(1).

Ciò che accade però, sta sempre dentro le coordinate spazio-temporali. E allora non possiamo più fidarci della nostra percezione degli accadimenti, nemmeno di quelli che leggiamo raccontati sui blog.

E così, chi pensa di cacciarsi nei guai per chissà quali affermazioni “coraggiose” – per altro assolutamente mainstream- o per chissà quali indiscrezioni altrui, - per altro assolutamente di pubblico dominio – invece di trovare guai reali, come pubblicitariamente paventa, trova solo ilarità virtuale.

(1) Per quel che riguarda l’argomento in questione su questo blog si mette sempre “reale” e “virtuale” tra virgolette, anche per la non raggiunta consapevolezza della distinzione tra i due. Sempre che distinzione esista, altra cosa della quale si dubita fortemente.

14 agosto 2006

Tragica inutilità

Anche io, come Eugenio Mastroviti, sono convinta che l'uccisione della ragazza di Brescia abbia poco a che vedere con la religione e molto con il potere (e l'identità).
E aggiungo che la reazione del padre del ragazzo ucciso a Gerusalemme, che ha dichiarato che il colpevole dell'assassinio di suo figlio non è colui che l'ha ucciso ma la situazione in cui versa il paese mi pare molto vicina a questa interpretazione dei fatti.
I padri. L'uno ha ucciso (forse, aspettiamo il processo) per non perdere il potere l'altro giustifica l'uccisione del figlio per non abdicare alla sua interpretazione ideologica del mondo.

Che i figli siano da sempre merce di scambio, affermazione di potere, movente economico è storia antica e anche n po' banale da ricordare. Quello che è meno ovvio è che l'abbiamo dimenticato.
Forse l'unica lezione degli anni sessanta che non dovevamo scordare.