30 maggio 2006

Televisione

L'articolo che trovate qui di seguito è stato scritto qualche anno fa - più di qualche anno fa, e lo si può comprendere dai risultati citati di una query su un motore di ricerca; qualche anno fa un'interrogazione che desse centotrenta (130) risultati era da considerare quasi inutile; - ci farò un post prima o poi su questo. Dato a parte, a me pare che le considerazioni di fondo possano ancora essere interessanti. Per gentile concessione dell'editore, che qui ringrazio.
Net-a-vision
Televisione e realtà. Tracce di una realtà che inutilmente cerchiamo nella televisione: Forse perché cerchiamo tracce di qualcosa che non c'è. Un'assenza che lascia tracce, orme, peste che noi seguiamo come si seguivano le orme dell'unicorno - convinti dell'esistenza della realtà perché ne vediamo gli indizi; nella televisione. E di indizi sull'esistenza della realtà la televisione ne sparge copiosamente. Ne sparge in tale quantità da modificare anche la nostra percezione della realtà fuori dalla tele-visione, al punto che se siamo testimoni o attori di un evento che richiama la presenza delle telecamere ne cerchiamo l'immediata conferma televisiva. In primo luogo la televisione è fiction, quindi contrapposizione alla realtà o, meglio, realtà fantastica - non voglio usare l'espressione "virtuale" perché essa richiama altri media - poi la televisione è news, informazione intorno alla realtà. Anche solo limitandoci a questi due ambiti televisivi (anche per la convinzione che tutti gli altri non siano che una contaminatio di uno dei due e spesso di entrambi) abbiamo sempre continui rimandi a qualcosa d'altro: alla realtà appunto. Non offre forse questo la televisione? Continui rimandi alla realtà; attraverso la fiction ci dice: "attenzione questa non è la realtà", attraverso le news l'avvertimento è contrario "attenzione questa è la realtà". L'intento che anima l'attivazione di entrambi gli ambiti è comunque il medesimo, portare noi - che siamo fermi di fronte allo schermo della televisione, ma anche davanti al monitor del computer nel caso del Web - altrove, mostrandoci quella realtà che altrimenti non saremmo in grado di vedere. Non potremmo vedere nel caso della fiction perché appunto "costruita" e non potremmo vedere in caso di realtà "vera", "reale" nel caso dell'informazione per l'impossibilità fisica di raggiungere tutti i luoghi che l'informazione ci porta direttamente a casa. Quante volte gli spot pubblicitari delle trasmissioni giornalistiche, ma anche dei telegiornali veri e propri promettono non solo lo scoop, ma anche l'inedito? (Dai filmati inediti dei campi di sterminio all'operazione di microchirurgia al laser?) Ma siamo certi che sia davvero così? Che lo sguardo della televisione sia uno sguardo che migliora e amplifica il nostro? Una sorta di upgrade della versione naturale e organica? Oppure dobbiamo ampliare la nostra visione al di là della tele-visione per cercare di disegnare e di capire una sorta di triplice rapporto che vede noi (il nostro sguardo), la televisione e la riflessione sulla televisione in un triangolo che non è tale - perché esiste un altro lato, quella realtà tanto promessa e cercata? E inattingibile? Il quarto lato che siamo certi esista (lo mostra la televisione!) ma che non riusciamo a disegnare, la zona morta che non riusciamo a penetrare. Non è un problema di eccesso di informazione - sebbene questo sia un aspetto da non sottovalutare, è sufficiente pensare all'esempio dei motori di ricerca sul Web che alla parola "televisione" mostrano un numero di link (e conseguentemente di siti) variabili da 65 a 130 per la sola rete italiana, è ovviamente impossibile visitarli tutti anche fugacemente - ma un problema di informazione tout court. Informazione sulla realtà in primo luogo; interrogarsi sul ruolo che la televisione gioca nella seduzione e nella manipolazione degli utenti non significa avere la certezza di riconoscere la non-manipolazione della realtà? E non è necessario interrogarsi prima sull'effettivo darsi di una realtà non manipolata? Considerando che una realtà "costruita", come nel caso della fiction è sicuramente una realtà "manipolata"; ma anche un articolo di giornale è realtà "manipolata", almeno dall'impaginatore! È uno degli inganni della tv (e di Internet) quello di portarci sulla realtà oppure è semplicemente l'inganno? Non sarà che riflettendo sulla televisione portiamo nel nostro cammino l'inganno della filosofia? Come distinguiamo tra realtà televisiva - e quindi manipolata, atta alla seduzione delle masse, macchina per la costruzione del consenso - e realtà politica fuori dallo schermo - e quindi pensata e meditata? Davvero vi è differenza "ontologica" tra il sondaggio fatto al volo per strada dalla troupedel TG2 che assolve o condanna con distinguo Bill Clinton e il cittadino ateniese che si fa scrivere da Temistocle stesso il nome sull'ostrakon? Ignoranza e informazione non sono qui miscelate nello stesso modo? Va da sé che non ho certo intenzione di affermare che il mezzo non influenza il messaggio, ma non vedo nella televisione quel Moloch divoratore della verità che a volte viene rappresentato. Non più comunque di altri media, o di altri linguaggi. Anche la presunta libertà di informazione sbandierata e tanto temuta che dovrebbe regnare sul magico mondo di Internet mi sembra davvero molto discutibile. Eppure sembra che la contrapposizione oggi in voga sia appunto questa: Internet versus televisione. L'esempio più evidente di questa supposta dicotomia risale a qualche tempo fa, quando in televisione, in politica e su Internet era di grande voga la rivolta nel Chapas; pareva allora che la verità "vera" su ciò che stava accadendo in Messico fosse rintracciabile solo sui siti Internet che divulgavano i famosi comunicati del sub-comandante Marcos, salvo poi scoprire che proprio la possibilità per chiunque di mettere in circolazione pagine Web aveva dato il destro per la costruzione di siti Internet dei ribelli messicani completamente fasulli. Un'efficienza di disinformazione impossibile da ottenersi in televisione. Che lo sguardo televisivo sia uno sguardo mendace sulla realtà pare sia un'affermazione incontestabile: "Questo mezzo offre molto a chi lo usa, ma può anche diventare uno schermo tra lo spettatore e la realtà. È un mezzo dove la falsificazione, le deformazioni e le accelerazioni del ritmo possono intervenire a tal punto da allontanare la realtà, in modo da presentare allo spettatore una realtà sostitutiva. Quando si tratta di giovani spettatori, che non hanno una sufficiente esperienza del mondo circostante, si può accusare la televisione di offrire un universo fantasmagorico che non educa gli spiriti ad affrontare la realtà, ma ne presenta loro un'altra." Questa affermazione di Starobinski non è certo fra le più radicali, Karl Popper è stato sicuramente più censorio nelle sue invettive contro il ruolo e la funzione della televisione, eppure anche Starobinski sembra preoccupato dall'invenzione della realtà messa in campo dalla televisione; ma l'invenzione della realtà non è qualcosa di molto più antico della televisione? Antico almeno quanto la filosofia o il mito. A volte mi pare che in definitiva le invettive degli intellettuali contro la tv siano le invettive di coloro che hanno visto sfuggirsi di mano il potere per eccellenza: quello di descrivere la realtà. Affermazione provocatoria la mia, senza alcun dubbio, ma l'assenza - non solo italiana - in televisione di intellettuali formatisi fuori dall'ambito di influenza della televisione mi sembra sospetta. Gli intellettuali italiani non vanno in televisione, non sanno usare il mezzo televisivo, non ne conoscono i tempi, i linguaggi, i ritmi e mettono in guardia dalla possibilità (o meglio dalla certezza) che questi tempi e questi linguaggi distolgano "i giovani" dalla realtà vera per offrirne un'altra. Queste riflessioni mi suscita la lettura della frase di Starobinski. Peraltro tratta dal Web, dal sito di una trasmissione televisiva. La realtà mostrata dalla televisione finisce per essere l'unica realtà realmente condivisibile. Come sanno bene magistrati, avvocati e inquisitori è impossibile raccogliere testimonianze identiche su di un evento reale da testimoni oculari. Ognuno di essi vede una realtà diversa, con particolari diversi, da punti di vista diversi. Con la televisione, invece, mi pare che questo accada abbastanza spesso: di fatto il punto di vista è identico per tutti, è quello scelto dalla telecamera, i particolari che si notano sono spesso gli stessi, sono quelli sui quali l'inquadratura ha voluto focalizzare il nostro sguardo, la nostra attenzione. Ci troviamo concordi su ciò che accade perché abbiamo visto la medesima realtà. E l'accusa di sottrazione di realtà che opera la televisione viene a cadere; non si sfugge al reale - al contrario - il reale si impone con una potenza schiacciante, cacciando la possibilità - se non a posteriori e con troppe cautele - dell'illusione. Dell'illusione dell'interpretazione. La televisione vuole annullare le distanze, porta ciò che è lontano vicino. La riflessione ci conduce - in prima istanza - a negare questa possibilità di avvicinamento, ma poi anche questa viene a cadere - cade la prospettiva della effettiva lontananza della televisione, che resta sempre lì a non più di due metri da noi. Metri misurabili, oggettivi. E alla stessa distanza sta ciò che essa trasmette.

29 maggio 2006

25 maggio 2006

Roger Caillois

Roger Caillois (1913 - 1978) sociologo, antropologo allievo di Marcel Mauss, filosofo surrealista - fondatore tra l'altro insieme a Georges Bataille e Michel Leiris del Collège de Sociologie.
E' senza alcun dubbio uno dei pensatori più originali della seconda metà del XX secolo. Io l'ho scoperto durante la tesi di dottorato, e per prima cosa ho letto il testo di cui propongo qui un brano, Il mito e l'uomo, ma consiglio vivamente anche tutti gli altri.
Roger Caillois, Il mito e l'uomo, p. 7:
"Pertanto gli studi che compongono questa opera non hanno altro scopo che quello di reperire, nel labirinto dei fatti proposti all'osservazione, gli incroci, i luoghi critici, i punti in cui si trovano a interferire dati peraltro immediatamente divergenti. Essi riguardano soprattutto il più caratteristico tra loro, il mito, e si sforzano, attraverso l'analisi di un esempio scelto il più significativamente possibile, di definirne la natura e la funzione, precisando le diverse determinazioni che (dalle leggi elementari della biologia a quelle che, estremamente complesse, reggono i fenomeni sociali) contribuiscono a fare delle rappresentazioni collettive a carattere mitico una manifestazione privilegiata tra tutte della vita immaginativa. In effetti, è proprio nel mito che si coglie meglio, dal vivo, la collusione dei postulati più segreti, più virulenti dello psichismo individuale con le pressioni più imperative e più perturbanti dell'esistenza sociale. Tanto basta per accordargli una posizione preminente e per incitare a ordinare in rapporto a lui alcuni di quei problemi essenziali che riguardano al tempo stesso il mondo della conoscenza e quello dell'azione."
Interessante, no?

24 maggio 2006

Giù dalla torre

Nella versione filosofica del gioco io butto giù Platone e Heidegger.
E per lo stesso motivo.
Platone, che ha consegnato alla storia la figura del suo maestro, quando questi viene condannato a morte si guarda bene dal passare l'ultima sera con lui, anche se poi ce la racconta millanta volte quella storia.
Si fa venire una diplomatica influenza e sta a casa; poco salubre per la popolarità passare a trovare un condannato a morte in galera, in particolar modo un condannato con quelle accuse ed ex complice dei Trenta.
E poi passa tutta la vita a raccontarci di quanto era buono quel suo maestro così barbaramente trucidato da una città cattiva e corrotta. E nella VII Lettera si premura di farci sapere anche che è stata proprio la sorte di Socrate a fargli scoprire che la politica era brutta e cattiva; no, non la tirannia imposta dagli spartani, ché quella andava benissimo.
Heidegger, messo in cattedra da Husserl, non segue il suo funerale. Anche a Heidegger viene una provvidenziale influenza. Anche per lui sarebbe stato un rischio accompagnare per l'ultimo saluto l'uomo che l'aveva scelto, formato e messo in cattedra, difendendo il "contadino" da tutta l'accademia tedesca che non l'amava per nulla.
Heidegger ha poi un'altra colpa non espiabile. E' per sua responsabilità diretta che almeno due generazioni di epigoni italiani disquisiscono da trent'anni sull' esser-ci, contrapposto all'e/sserci ma non per questo lontano dall'es/ser-ci.

fb?

Questo l'ho comprato ieri:

Peter Galison, Gli orologi di Einstein, le mappe di Poincaré

e in aggiunta mi sono ricomprata Intelligenza meccanica di Turing (che se mi ricordo chi me l'ha fregato...).

21 maggio 2006

Madame Bovary è solo un romanzo

È sola da ottobre; sua figlia è partita e l’uomo che frequentava si è defilato; probabilmente spaventato dalla prospettiva di non poterla più dividere con un simulacro di famiglia, che almeno quello la figlia era.
Non è stato un pranzo piacevole; malgrado lei sia una persona normalmente gradevole; a dire il vero non ho nemmeno capito perché ci siamo incontrate; lavoro a parte abbiamo avuto pochissimi contatti personali e anche poco in comune, se si esclude la frequentazione di internet in varie forme. Ho vagamente intuito che forse ero l’unica persona che conosceva che non era al corrente del suo tracollo e della sua depressione. Forse pranzare con me è stato un tentativo di recuperare qualcosa che non c’è più, un momento, una serenità ormai svanita. Ma non sono la persona adatta per queste cose.
È un post strano questo, per dire a qualcuno alcune considerazioni che non sono riuscita a fare di persona.
Oggi sono stata a pranzo con una ex collega. Ha qualche anno più me (non moltissimi), è divorziata e al momento vive sola perché l’unica figlia sta facendo l’Erasmus in Spagna. Non la vedevo da qualche mese, per la precisione dal luglio scorso; è ingrassata. Non è mai stata magra, diciamo che – fino a qualche mese fa – si poteva definirla giunonica, ma adesso è proprio soprappeso. Fuma moltissimo, più di quanto ricordassi; fumo anche io, ma devo ammettere che il suo ritmo mi ha stupito. E anche il modo, nervoso, frettoloso, l’ultima boccata tirata come la prima.
È depressa, mi ha detto; ma si capiva.

[Ha un blog, e forse arriverà al mio, visto che sconsideratamente mi sono lasciata scappare che anche io ne tengo uno. In questo caso F.M. non rimanere ferita, si parla di me in questo post più di quanto non si parli di te; sei un pretesto.]

Perché non sono la persona adatta? Perché mi spaventa il dolore, e ancora di più mi spaventa un dolore che vedo troppo vicino a me, che vuole toccarmi, che può coinvolgermi.
La guardavo mentre parlava, scontenta della scuola, della figlia, cinica e amara nei confronti degli uomini – tutti stronzi e maschilisti.

Non mi soffermo quasi mai sulle espressioni del viso altrui, per formazione e sensibilità sono molto più attenta a ciò che una persona dice piuttosto che al linguaggio del corpo, ma non potevo fare a meno di scrutare le sue smorfie mentre parlava, e il modo con cui spegneva la sigaretta mi faceva male per la sofferenza che emanava.

Insomma la guardavo, e consideravo che non mi era mai piaciuta molto.

Intendiamoci, nulla di che, solo che è quel tipo di insegnante che non si vorrebbe avere, o meglio, quel tipo di insegnante che scopri, una volta cresciuto, che non avresti voluto avere. Quelli che entrano in classe con un mai sopito istinto di competizione con i loro studenti, sempre vogliosi di stupirli con effetti speciali; una vita rutilante, la battuta pronta, l’umorismo peregrino e la smania di complicità. Chi insegna o ha insegnato sa di cosa parlo. Sono quelli che conoscono la storia esistenziale dei loro allievi, quelli che li ascoltano comprensivi quando piangono per un amore perduto, quelli che si fanno carico delle difficoltà e che allo stesso tempo picchiano durissimi giudizi sugli studenti (sempre pigri, sempre incapaci, sempre cazzoni). Alternano momenti di inutile, quando non dannosa, vicinanza affettiva – a volte anche un po’ torbida – a momenti in cui tranciano a fette i poveri malcapitati. Io ho sempre visto l’insegnamento, per quel poco che l’ho praticato, come un lavoro serio, a volte un po’ noioso, ma lavoro, non scelta esistenziale dettata dall’inanità. Lavoro, non ripiego. Lavoro, non compensazione per una vita senza slanci o passioni.

Mangiava in fretta, lamentandosi della scuola, della città, del clima, dell’arroganza e della grettezza della gente. Devo ammetterlo, ho cercato una volta di interrompere le geremiadi, ho tentato solo per un momento di lanciare l’ipotesi che forse il brutto momento che stava attraversando era l’unico responsabile del suo umor nero e della sua apocalittica visione del mondo.

Ho desistito. Perché mi sono accorta, mentre cercavo le parole per interromperla, che avrei mentito – che stavo mentendo. E ho taciuto.

Che avrei dovuto dirle? Avrei potuto solo darle ragione.

E a poco sarebbero servite le spiegazioni sociologiche, culturali, sociali.

Ha 45 anni, fa un lavoro che non le piace più, che non le è mai piaciuto perché sognava altro, e a quel lavoro non si è arresa solo per ragioni economiche ma anche perché era l’unico che le avrebbe sempre garantito un palcoscenico, per quanto con un pubblico non altamente selezionato.
In questa società e in questa cultura se hai 45 anni, sei donna, sei single e ti capita anche un lavoro un po’ di merda sei finita. È vero, la gente ti evita, non è disposta a concederti un momento del suo tempo, anzi, vede con allarme il fatto stesso che tu abbia del tempo. Se poi sei stata una donna piacente, e lei lo era, non ti capaciti del fatto che sei uscita dal gioco del corteggiamento e dell’amore. E allora non sei tu a non essere più piacente ma loro stronzi e maschilisti.

Ma ha anche torto.

Ha il torto dell’arroganza della gioventù che pensava eterna. Ha il torto dell’incapacità di riconoscere i suoi limiti intellettuali e sentimentali. Ha il torto di continuare a cercare un pubblico che non la vuole, che la vede come un oggetto da circo: un giorno che gioca a fare la vamp intellettuale e il giorno dopo con le stimmate dell’autocommiserazione.

E ho improvvisamente capito che in quel momento ero il suo pubblico, che stava cercando di recuperare se stessa cercando l’approvazione di una persona che riteneva in qualche modo sua pari e a sé simile.

Non ci sono riuscita. Avevo due possibilità. Avrei potuto essere solidale o dirle parte delle cose che ho scritto qui.
Avrei potuto concordare con le sue parole e con il suo stato d’animo o cercare di scuoterla.
Ho finto di non capire la domanda che trapelava da ogni frase, che emergeva da ogni gesto.
Non potevo fingere di esserle vicina, non lo ero e non lo sono, per caso prima che per scelta.
Ma non mi sono nemmeno assunta il compito sgradevole di squarciare il velo di maia.
E non solo perché mi pareva inutile, non ci sarei comunque riuscita, ma anche perché non ne avevo la minima voglia. Non avevo voglia di mettere in gioco me per scoprire il suo gioco, non sarebbe stato divertente.
Sarebbe stato come fare una sfuriata a un paio di studenti, che non possono far altro che abbassare la testa e tacere.
Che competizione sarebbe stata quella di mettere a confronto la mia lettura di realtà con la sua? Sarebbe semplicemente stato da parte mia un gesto di inutile arroganza.

E così, ho tenuto un profilo conviviale, cercando di parlare di politica, di film, delle poche conoscenze in comune. E appena la decenza l’ha reso possibile me ne sono andata con una scusa.

Spero che per l’estate trovi una colonia di gatti, o la vedo grigia.




20 maggio 2006

Libri

Tra gli ultimi acquisti:

Michel Foucault, Nascita della biopolitica,

Isaiah Berlin, La libertà e i suoi traditori,

Hilary Putnam, Etica senza ontologia,

Giamblico, Summa pitagorica

14 maggio 2006

Decadenza di Usenet

Il primo raduno usenettaro a cui ho partecipato risale a più anni di quanto non mi piaccia ricordare. Questo per sottolineare che quanto sto per dire non ha alcuna base teorica, ma è fondato solo su un'evidenza empirica.
La decadenza di Usenet è ormai inarrestabile - e questi sono i sintomi che fanno presagire una lenta fine, lenta ma fine.
Ti rendi conto della gravità quando:
1. Conosci solo UNA (1) persona nuova, tutti gli altri - un numero che può variare da otto a ottanta - li hai già visti/conosciuti/incrociati in altri raduni e molti di questi sono ormai amici stretti.
2. La persona nuova ti accoglie con "Ti seguivo su i.c.s." un ng che su cui non posti dall'epoca della prima guerra del golfo (e improvvisamente ti rendi conto che non sei più un giovane virgulto - e nemmeno il tuo interlocutore per altro :-D).
3. Si decide di tenere il raduno in un agriturismo: così i bambini stanno all'aria aperta. (I bambini? I BAMBINI?? A un raduno internettaro?)
4. Metà delle persone che partecipano alle quindici del pomeriggio sono ancora sobrie e la metà di queste lo è ancora dopo le 19.
E' stata una bellissima giornata, grazie a tutti.

09 maggio 2006

Elezioni presidenziali

Ammetto che, pur cercando di seguirle e anche leggendo commenti e ipotesi, la logica sottesa mi sfugge. D'Alema ni, Napolitano si/forse, ma la CdL che dice? Non brillo probabilmente per logica politica ma devo considerare che, una volta scelto il candidato, fossi stata nei leader dell'Unione avrei anche tranquillamente atteso la quarta votazione. Non credo che un candidato eletto a maggioranza sia per questo meno legittimato, e poi - comunque - a quella carica sono saliti sia Leone che Cossiga. Cosa ci può essere di peggio?

04 maggio 2006

Risvegli

Questa la mia espressione di stamattina, quando seduta alla scrivania ho realizzato i lavori che dovevo completare:
1. correggere l'articolo sui blog
2. finire l'introduzione al Teeteto
3. finire la voce Derrida per Encyclomedia
4. qui sono svenuta

e non ho ancora capito come far aderire la repubblica di Ipazia alla nuova confederazione creata da pangloss.

giochi

Alla fine ho aderito anche io. Al gioco delle nazioni intendo.
E la mia nazione la trovate qui.
E ne approfitto per segnalarvi un bel libro, anche se non recentissimo, di Pier Aldo Rovatti:

Sigmund Freud

Vi segnalo, su psicocafe, una maratona di eventi legata alle manifestazioni (convegni, mostre, giornate di studi) per Sigmund Freud.

03 maggio 2006

Ipazia

Questa immagine è dedicata a colei (o colui) che è arrivata su questo blog cercando "ipazia+foto".

Test

Non sempre mi piacciono i test, ma questi di Harvard sono interessanti.
Grazie a psicocafe per la segnalazione e per l'interessante articolo.